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Felicità e adolescenti: non è una questione di percentuali 

Tre punti percentuali di felicità in un’ora. Tanto costa ad un adolescente essere connesso ai social network. Con l’iPad, il computer, lo smartphone, almeno così dicono quattro professori di Economia dell’università di Sheffield, nello Yorkshire, che hanno incrociato sei indicatori prima di raccontarci la loro teoria. Compiti, percezione di sé, famiglia, amici, scuola e vita nel suo complesso: sono questi i fattori considerati per capire in che modo infanzia e adolescenza lasciano delle impronte nella crescita. Perché a dispetto dei limiti di età esistenti per avere un account sui social (Twitter, Facebook, Snapchat e Google li hanno fissati a 13 anni), un sondaggio della BBC rivela che tre quarti dei «bambini» dai 10 ai 12 anni ne ha già uno e in Italia la situazione non è molto diversa.
Quindi secondo questo complicato incastro di ascisse spendere un’ora a chattare sui social network riduce del 3 per cento la probabilità di essere davvero felici.

Il mio primo pensiero dopo avere letto questa ricerca è: ma dopo lo tsunami, la crisi di valori, i pericoli, la paura, la violenza, i criminali del web e chi più ne ha più ne metta, c’era proprio bisogno di qualcuno che scientificamente ci raccontasse che gli adolescenti, non certo gli adulti mi raccomando l’equazione non vale per tutti, sono più tristi quando usano le tecnologie e social? 

Se avete letto qualche articolo di questo blog sicuramente avete capito che non è certo questo ne l’approccio ne la visione che noi abbiamo dell’uso delle tecnologie e dei social network.

Per noi, infatti, questi strumenti sono prima di tutto opportunità, possibilità di comunicare e relazionarsi con gli altri come mai è stato possibile nella storia dell’uomo. Questo non significa girare le spalle o negate la violenza, l’aggressività, le paure che gli adolescenti possono provare e far crescere in rete. Vuol dire piuttosto fermarsi un attimo a capire prima di giudicare, ascoltare prima di interrogare, essere presenti prima di condannare. Parlare più con i giovani e meno di loro dovrebbe essere il motto, un mantra da ripetere prima di ogni convegno, seminario e ricerca scientifica che li riguarda. Solo allora forse avremo compreso di non aver capito niente dell’adolescenza, perché se è vero che usare i social network per un’ora equivale a perdere 3 punti percentuali di felicità, non usarli oggi nella relazione, nell’educazione e nella comunicazione significa riportare la pedagogia ai tempi in cui hanno studiato questi professori e docenti universitari che a vario titolo impongono e propongono decaloghi, regole e tesi inconfutabili contro qualsiasi esposizione al mezzo tecnologico. 

È inutile osservare l’uso che fanno dei social network con gli occhi degli adulti, non funziona. L’uso della tecnologia, per gli adolescenti è intimo, anche quando è pubblico, reale e virtuale sono la stessa cosa, pur non confondendole e avendone ben in mente la differenza.

Non usano quello che gli è stato imposto o peggio negato, ma quello che si scelgono come proprio essere in quel momento della loro vita. 

La stessa cosa dovremmo fare noi adulti quando vogliamo entrare relazione con loro, anche a rischio di perdere qualche punto percentuale sulla scala di classificazione della nostra felicità.

Portiamo i ragazzi a Time Square.

Durante gli incontri che facciamo con genitori ed insegnanti mi chiedono spesso se non ci sono troppo pericoli in rete. Mi piace rispondere con una metafora: il web, e con questa parola intendo anche i social, le chat, ecc. sono un po’ come Time Square. Avete presente Time Square no? Una dei centri urbani più fotografati del mondo, melting pot, luogo caotico pieno di colori e persone di ogni provenienza geografica. Ecco la rete è proprio così. Voi lascerete vostro figlio, i vostri studenti da soli a Time Square? Certamente no, almeno lo spero. Però riflettete se avessero al loro fianco una guida che gli possa mostrare le infinite sfaccettature e le grandi possibilità che una città come New York può offrire ad un giovane oggi. Questo dobbiamo essere per i ragazzi: un aiuto saggio e consapevole che permetta loro di vivere a pieno un’esperienza fondamentale per la loro crescita. Viviamo in un momento unico della storia dell’umanità, non sprechiamolo.

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Se la scuola è ancora una “fabbrica di apprendimenti”

Ridurre la scuola alla “fabbrica degli apprendimenti”, ad un processo il cui obiettivo primario è “finire il programma”, significa secondo me rinnegare tutta la nostra tradizione e storia educativa, i geni della nostra scuola, che ha tanto inciso nei modelli educativi nel mondo, di tutto il mondo anche nei paesi del nord Europa che tanto ammiriamo. E’ un tema importante che non dobbiamo mai perdere di vista, meno che mai quando si va a riflettere di nuove metodologie didattiche, di futuro e di innovazione.

Abbiamo il dovere di far crescere la nostra scuola senza rinnegarne i caratteri originali che non sono quelli “dell’addestramento”, ma piuttosto quelli dello sviluppo del pensiero critico, dello sviluppo delle competenze di base, insomma della crescita individuale non solo come potenziali pedine del mercato del lavoro, ma anche come persone.
La dimensione del digitale nella scuola può realizzare una rivoluzione: trasformare il tempo e lo spazio della scuola, la sua organizzazione, i suoi strumenti e perfino il ruolo dei suoi attori, non più semplici fruitori, nella migliore delle ipotesi, ma protagonisti del processo educativo.

Detto in altre parole una formazione frammentata in centinaia di iniziative locali gestite autonomamente corrono un rischio altissimo: quello di esaurirsi nella illustrazione di questo o quel software o di affidare il risultato dell’innovazione all’adozione di una piattaforma o di un libro digitale. 
Ma come dicono gli autori delle Flipped :”Se considerate che il video sia lo strumento efficace per esprimere gli obiettivi, fatelo, ma se non è così evitate di farlo solo per il piacere che vi dà produrre video”.
Quando, come educatori, abbiamo cominciato a chiamare la nostra classe “spazio di apprendimento”, siamo stati obbligati a cambiare il modo di vedere cosa accade al suo interno. Quando abbiamo comunicato questo cambiamento di nome agli studenti, loro hanno compreso che la cosa principale della scuola è apprendere e non ricevere insegnamenti. 
Senza contare che, forse per la prima volta nella storia, i ragazzi arrivano a scuola con una competenza che i loro docenti generalmente non hanno: se ben utilizzata, questa competenza può trasformarsi in strumento di motivazione e coinvolgimento senza precedenti, l’importante è non farsela scappare.