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Fake News, il problema sono gli adulti

Sempre più spesso ci viene richiesto di lavorare con i giovani sulla tematica “Fake News” in modalità “frontale”, creando quindi una lezione in cui spiegare cosa è “fake” e cosa “true”.

Facciamo veramente molta fatica, perchè siamo sempre più convinti che questa generazione di giovani possa raccontarci e spiegarci molto meglio di noi cosa sono le “Fake News” e come gestirle.

Se si vuole fare un vero lavoro preventivo, educativo, che accompagni i ragazzi e le ragazze a ragionare, bisogna stimolare l’interesse per la ricerca, fare domande, in modo che loro in modo collaborativo possano scoprire insieme le risposte.

Come in questo semplice esempio:

accompagnato da delle slide di presentazione

Partire con il piede giusto

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Promovendo vari progetti di coding e robotica per bambini e ragazzi della scuola primaria e secondaria abbiamo capito una cosa: l’inizio è fondamentale.

Bisogna riuscire a conquistarli, coinvolgerli e dargli la possibilità di sperimentare e comprendere. Sostenerli, indicare la via. Guidarli.

E’ per questo che abbiamo definito una precisa strategia educativa, che coglie i più profondi rudimenti pedagogici e che porta la relazione e l’intenzionalità ai massimi livelli. Tutti i nostri guru sarebbero fieri di noi. E’ una modalità di sicuro successo, funziona sempre, e per questo, la condividiamo in questo blog.

Le parole magiche che usiamo infatti sono queste:

“Ciao a tutti! Oggi facciamo robotica! Questi sono i robot, questi sono i tablet per usarli, non sappiamo nè come si connettono, nè come si programmano. Tra l’altro non ci interessa neanche tanto, però ci fidiamo ciecamente di voi! Torniamo tra 20 minuti, buon divertimento”

 

 

#IF2017 – il sentimento della tecnologia

E’ stata un’esperienza fantastica nella tre giorni di Pisa, promovendo il nostro laboratorio “School Box”: storytelling, stampa 3D e realtà aumentata sono stati gli strumenti con cui i nostri prodi Jessica, Sonia, Silvia, Usrsula e Giovanni hanno fatto vivere e divertire centinaia di ragazzi di ogni grado scolastico!

Un ennesimo schiaffo in faccia a chi li considera sdraiati o tsunami.

#Smartphoneinclasse Si o No?

Quanto detto dal ministro Fedeli a riguardo dell’utilizzo nelle classi scolastiche, sta suscitando molto rumore e clamore nel mondo didattico, con alcune ovazioni e molti dubbi da più fonti.

Noi, nella nostra semplicità e ingenuità, pensiamo più serenamente che se siamo veramente ancora a questo livello di domanda, probabilmente abbiamo ancora molta strada da fare nell’ambito della relazione con alunni, dell’apprendimento e del mondo della scuola.

Per il resto, troviamo più appropriate le parole di altri, anzi Altri, semplicemente sostituendo la parola “pc” con “smartphone”

“Perché è più importante condividere che vivere”. O no?

L’assenza di articoli ultimamente è stata determinata da una serie di progettualità che ci hanno coinvolti “anima e corpo”: scusateci. 🙏🏻

Fra le varie attività, abbiamo avuto l’occasione di occuparci in maniera attiva di “prevenzione al cyberbullismo” sul territorio di Cassano Magnago (VA), chiamati all’interno di un progetto più ampio e complesso denominato “Praticamente Adolescenti”, frutto di un lavoro di rete fra amministrazione locale, scuole, oratori e associazioni che dura da anni e sa evolversi fruttuosamente nel tempo.

Dunque abbiamo incontrato circa 600 alunni e alunne delle scuole secondarie di primo grado sul tema “Webreputation, social network e cyberbullismo”: partendo da una canzone piuttosto conosciuta (che ha creato dei simpatici momenti di karaoke improvvisato) abbia ragionato insieme a loro sul senso di questa cosa qui (anche su altro poi, ma questo post è dedicato solo a questo):


Le risposte e i ragionamenti che i ragazzi e le ragazze ci hanno fornito sono state eccezionali. Abbiamo potuto sperimentare ancora una volta quanto ci ha insegnato il nostro “guru” Alberto Pian: noi adulti caschiamo come pere cotte in una sorta di effetto Kulešov. Vediamo i nostri alunni/ragazzi/figli condividere contenuti su WhatsApp, Snapchat, Instagram e crediamo (come intende la canzone) istintivamente che per loro sia meglio del vivere il momento.

Perché? Perché i 600 ci hanno guardato, con la loro magnifica spensieratezza, e ci hanno spiegato che è importante vivere i momenti, e darne ancora più risalto e senso attraverso la condivisione con altre persone, in un vortice di significati positivi e aggreganti. E inoltre, le foto e i video sono memoria, e la memoria ci “fa bene”.

E noi? Muuuuuuuuuuuti. (Per poi iniziare parlare di dati sensibili, privacy, cyberbullismo, e far diventare loro muuuuuti😬).

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Se la scuola è ancora una “fabbrica di apprendimenti”

Ridurre la scuola alla “fabbrica degli apprendimenti”, ad un processo il cui obiettivo primario è “finire il programma”, significa secondo me rinnegare tutta la nostra tradizione e storia educativa, i geni della nostra scuola, che ha tanto inciso nei modelli educativi nel mondo, di tutto il mondo anche nei paesi del nord Europa che tanto ammiriamo. E’ un tema importante che non dobbiamo mai perdere di vista, meno che mai quando si va a riflettere di nuove metodologie didattiche, di futuro e di innovazione.

Abbiamo il dovere di far crescere la nostra scuola senza rinnegarne i caratteri originali che non sono quelli “dell’addestramento”, ma piuttosto quelli dello sviluppo del pensiero critico, dello sviluppo delle competenze di base, insomma della crescita individuale non solo come potenziali pedine del mercato del lavoro, ma anche come persone.
La dimensione del digitale nella scuola può realizzare una rivoluzione: trasformare il tempo e lo spazio della scuola, la sua organizzazione, i suoi strumenti e perfino il ruolo dei suoi attori, non più semplici fruitori, nella migliore delle ipotesi, ma protagonisti del processo educativo.

Detto in altre parole una formazione frammentata in centinaia di iniziative locali gestite autonomamente corrono un rischio altissimo: quello di esaurirsi nella illustrazione di questo o quel software o di affidare il risultato dell’innovazione all’adozione di una piattaforma o di un libro digitale. 
Ma come dicono gli autori delle Flipped :”Se considerate che il video sia lo strumento efficace per esprimere gli obiettivi, fatelo, ma se non è così evitate di farlo solo per il piacere che vi dà produrre video”.
Quando, come educatori, abbiamo cominciato a chiamare la nostra classe “spazio di apprendimento”, siamo stati obbligati a cambiare il modo di vedere cosa accade al suo interno. Quando abbiamo comunicato questo cambiamento di nome agli studenti, loro hanno compreso che la cosa principale della scuola è apprendere e non ricevere insegnamenti. 
Senza contare che, forse per la prima volta nella storia, i ragazzi arrivano a scuola con una competenza che i loro docenti generalmente non hanno: se ben utilizzata, questa competenza può trasformarsi in strumento di motivazione e coinvolgimento senza precedenti, l’importante è non farsela scappare. 

Le aule informatiche a scuola

Anche oggi, su un quotidiano locale, viene esaltata la creazione di un’aula informatica presso una scuola secondaria di 1° grado, con tanto di taglio del nastro, comitato genitori, etc, etc.

E’ bello ovviamente vedere questo entusiasmo per la creazione di qualcosa di nuovo che potrebbe sviluppare nuovi modi di affrontare le lezioni e la didattica di tutti i giorni. E’ ed sicuramente di buon auspicio vedere adulti “sbattersi” per conquistare questi nuovi spazi e dare nuove possibilità ai propri figli e ai propri alunni.

Però sorge qualche domanda, visto l’esperienza:

  • perchè la tecnologia viene rinchiusa in una stanza ad hoc? perchè non è integrata nella didattica quotidiana?
  • sinceramente, dei pc desktop sono “nuova tecnologia”? lo schermo, il case, il mouse, la tastiera, il cavo per la lan e la stampante… Non ha un sapore anni ’80? In fondo, sono strumenti “pensati” in quegli anni.
  • i costi fanno pensare: qualche migliaia di euro (non 2, non 10) e 44 pc comprati, “con le rispettive licenze” [cit.]. Ora, io non ho visto lo spazio nè i pc, ma due conti li so fare, e non credo che siano stati presi delle eccellenze in quanto ad integrazione software/hardware. Sicuramente si è guardata la quantità, magari anche correttamente, ma perchè la qualità dello strumento deve passare in un secondo piano?
  • io magari sarò fissato, ma sono certo che cambiando la didattica (partecipativa e non frontale), in una classe da 25 possano bastare 5/6 ipad (di cui uno per il docente), gli smartphone dei ragazzi, una TV 50″ a basso costo e una Apple TV per mostrare quanto viene fatto: sogno?

Matteo

La scuola francese boccia il digitale

Mi riservo di approfondire la lettura del libro, ma da quello che traspare dall’articolo come spesso accade si è più concentrati sulla tecnologia che sull’unico è vero strumento didattico per eccellenza: la relazione educativa che solo il docente può creare. La tecnologia è fonte di innovazione, immaginazione e creatività senza dubbio, ma diventa un contenitore vuoto se non la si riempie con un rapporto educativo forte e di fiducia.

Qui il link all’articolo del Corriere della sera