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APP ergo sum

“Le app riflettono chi siamo” dice Luca Maestri, chief financial officer di Apple in questa interessante intervista.

Nulla di più vero: a riguardo, ci torna in mente quanto scritto in Cyberpedagagia – pensieri, ricerche e pratiche sull’apprendimento nella nuova sfida digitale” qualche anno fa ormai:

Generalizzare aspetti inerenti i giovani infatti, può risultare un pericolo nel
lavoro pedagogico-educativo, dato che avere sottomano costantemente
l’oggetto di lavoro (il minore) e inserirlo in schematizzazioni fornite da terzi,
può far perdere il contatto con l’unicità che la persona di fronte porta e
mostra. Quell’unicità che ritroviamo ogni volta che entriamo in una classe,
ogni volta che ci confrontiamo con un gruppo di ragazzi, ogni volta che
guardiamo entrare nello studio un’adolescente, sapendo perfettamente che
Tizio in questo momento porta esigenze e bisogni completamente diversi da
Caio, stessa età, stessa felpa Abercrombie, stesse sneakers, incontrato
un’ora prima.

Lo smartphone e il suo utilizzo è forse l’immagine migliore per poter definire
al meglio questa irripetibilità e unicità: fino al 2007 circa, potevamo
comperare un telefono cellulare della stessa marca e modello a Milano, a
Helsinki, a Bangkok o a New York, e avremmo avuto comunque le stesse
capacità (poche, viste con l’esperienza di oggi), le stesse impostazioni:
probabilmente si avrebbero potuto distinguere solamente tramite la nostra
scelta della suoneria (spesso fastidiosa) e dalla luminosità dello schermo.
Oggi, entriamo nello stesso store (reale o virtuale), compriamo due
smartphone della stessa marca e modello, e consegnamoli a dei
preadolescenti o adolescenti: dopo trenta minuti circa, a condizione di avere
una wi-fi accessibile, i due dispositivi saranno diametralmente opposti,
riempiti di app adeguate alle esigenze della persona che lo possiede, alcune
delle quali più durevoli (whatsapp, facebook, youtube, etc), altre meno
(ruzzle, candy crash, etc), pronte ad essere sostituite al prossimo controllo
dell’App Store o Play Store.

Perchè all’interno di quello che per noi adulti è “solo” uno strumento, per i nostri ragazzi c’è un mondo: esplorarlo, comprenderlo, interessarsene è una nostra scelta.

Portiamo i ragazzi a Time Square.

Durante gli incontri che facciamo con genitori ed insegnanti mi chiedono spesso se non ci sono troppo pericoli in rete. Mi piace rispondere con una metafora: il web, e con questa parola intendo anche i social, le chat, ecc. sono un po’ come Time Square. Avete presente Time Square no? Una dei centri urbani più fotografati del mondo, melting pot, luogo caotico pieno di colori e persone di ogni provenienza geografica. Ecco la rete è proprio così. Voi lascerete vostro figlio, i vostri studenti da soli a Time Square? Certamente no, almeno lo spero. Però riflettete se avessero al loro fianco una guida che gli possa mostrare le infinite sfaccettature e le grandi possibilità che una città come New York può offrire ad un giovane oggi. Questo dobbiamo essere per i ragazzi: un aiuto saggio e consapevole che permetta loro di vivere a pieno un’esperienza fondamentale per la loro crescita. Viviamo in un momento unico della storia dell’umanità, non sprechiamolo.

Il sentirsi “spensierati” di fronte agli adolescenti

L’essere impreparati e sentirsi inadeguati in una discussione con gli adolescenti sui videogiochi e la tecnologia deve essere una risorsa per migliorare la relazione, base di ogni azione educativa. Le emozioni, il nostro corpo, i nostri occhi parlano prima di noi e possono arrivare più in profondità ed intensità nel cuore dei nostri adolescenti, che ci guardano anche quando siamo “fuori campo”.

Nelle nuove generazioni il senso di appartenenza e la relazione è come lo definirebbe Baumann “liquida, fluida”, Cantelmi parla anche di “tecnoloquiditá”. Questo perché la virtualizzazione e la rivoluzione digitale hanno enfatizzato alcune caratteristiche dei giovani: la fame di esperienza, il narcisismo, la rapidità e la ricerca di emozioni.

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La capacità di “agganciare” gli adolescenti è quindi un mix di ragione e emotività: bisogna toccare le corde giuste per saperli coinvolgere, ma fondamentalmente è necessario rispecchiarli e pensarli. Questo fa comunque parte di un processo riflessivo all’interno del quale tutto viene messo costantemente in discussione. Il vivere nel presente gli fa sentire meglio, anche nella loro spavalderia e fragilità.

Forse l’atteggiamento è il modo  migliore per stare con gli adolescenti è quello che un giorno mi ha detto una mia alunna: “Essere spensierati”, cioè, nella sua definizione personale “senza pensieri ed idee”.

Mirko.