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Internet non ci da un mondo migliore

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È passato qualche mese dalla dichiarazione di Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter, sul New York Times:

“Pensavo che con Internet tutti avrebbero parlato liberalmente scambiandosi idee ed informazioni  e il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore… ma mi sbagliavo”.

Come dargli torto se pensiamo ad esempio alle “Filter Bubble“, termine coniato dall’attivista Eli Pariser, secondo il quale gli utenti della rete vengono meno esposti a punti di vista conflittuali ed isolati intellettualmente nella propria bolla di informazioni, ai video con contenuti violenti postati e non rimossi dai social network o alle fake news.

A questo punto dell’articolo il lettore si aspetta il fatidico “però” che smentisce e ribalta la tesi fino ad ora proposta. Colpo di scena: questa volta non c’è nessun “però”.

Se per caso siete incappati in qualche altro articolo o post che ho scritto avrete senz’altro capito che sono un tecno-ottimista, ma questa volta è necessario dare uno sguardo obiettivo ed oggettivo alla situazione odierna.

I social, la rete e i grossi investitori sono rimasti concentrati negli ultimi 10 anni, come afferma Evan Williams, nel rendere più connesso ed aperto il mondo, pensando che bastasse questo a renderlo migliore. Un po’ come pensare che basti mettere nella stessa stanza un palestinese e un israeliano per risolvere il conflitto tra questi due stati. Ritengo che non sia più sufficiente connettere le persone l’una con l’altra, dobbiamo dare la possibilità di creare comunità significative che possano produrre idee e processi positivi di cambiamento, perché le nostre vite ormai sono tutte collegate, inevitabilmente interconnesse, che ci piaccia o meno.

Basti pensare che già da diverso tempo un colosso come Facebook, che il mese scorso ha raggiungo i due miliardi di utenti, cioè nel mondo più di una persona su quattro ha un account, si è attivato per utilizzare l’intelligenza artificiale e algoritmi sempre più sofisticati per segnalare tutti i gruppi potenzialmente di nostro interesse o dare strumenti ai leader per controllare i nuovi membri, coinvolgere nuovi gruppi o bloccare utenti indesiderati o che utilizzano la rete in modo inopportuno.

Rimane però aperta tutta la questione non secondaria legata alla libertà di parola e di chi decide, con quali criteri e con quale legittimità cosa viene reso pubblico e cosa no.

Gli effetti di tutto questo però talvolta sono visibili anche nella vita offline, un piccolo esempio: il distributore di “like” recentemente inaugurato in un centro commerciale a Mosca. Per pochi rubli è possibile acquistare da questa macchinetta un centinaio di like o un migliaio di follower su Instagram.

Dietro quest’operazione, che ai più potrà sembrare anche stupida, c’è però un mercato ben più grande di società e aziende che per pochi dollari al mese possono postare migliaia di commenti positivi ai nostri post o attirare follower negativi verso i profili dei rivali. Tutto questo ha un nome ben preciso: si chiama “influencer marketing” e nel 2016 ha fatturato qualcosa come 570 milioni di dollari.

 

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    Distributore di "like" e "followers" in un centro commerciale a Mosca.

 

Attenzione però a chi pensa che ci sarà un’involuzione un giorno, siamo solo all’inizio di questo percorso, ma come ci ricorda Joi Ito, direttore del Media Lab dell’MIT di Boston, la questione dell’intelligenza artificiale, le potenzialità delle nuove tecnologie e l’impatto che hanno e avranno nelle nostre esistenze sono prima di tutto una questione sociale, educativa e culturale e probabilmente forse solo partendo da questi assunti di base internet ci farà diventare un posto migliore.