Archivi tag: adolescenti

#IF2017 – il sentimento della tecnologia

E’ stata un’esperienza fantastica nella tre giorni di Pisa, promovendo il nostro laboratorio “School Box”: storytelling, stampa 3D e realtà aumentata sono stati gli strumenti con cui i nostri prodi Jessica, Sonia, Silvia, Usrsula e Giovanni hanno fatto vivere e divertire centinaia di ragazzi di ogni grado scolastico!

Un ennesimo schiaffo in faccia a chi li considera sdraiati o tsunami.

Internet non ci da un mondo migliore

BLG-071717-26r-990-990x330

È passato qualche mese dalla dichiarazione di Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter, sul New York Times:

“Pensavo che con Internet tutti avrebbero parlato liberalmente scambiandosi idee ed informazioni  e il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore… ma mi sbagliavo”.

Come dargli torto se pensiamo ad esempio alle “Filter Bubble“, termine coniato dall’attivista Eli Pariser, secondo il quale gli utenti della rete vengono meno esposti a punti di vista conflittuali ed isolati intellettualmente nella propria bolla di informazioni, ai video con contenuti violenti postati e non rimossi dai social network o alle fake news.

A questo punto dell’articolo il lettore si aspetta il fatidico “però” che smentisce e ribalta la tesi fino ad ora proposta. Colpo di scena: questa volta non c’è nessun “però”.

Se per caso siete incappati in qualche altro articolo o post che ho scritto avrete senz’altro capito che sono un tecno-ottimista, ma questa volta è necessario dare uno sguardo obiettivo ed oggettivo alla situazione odierna.

I social, la rete e i grossi investitori sono rimasti concentrati negli ultimi 10 anni, come afferma Evan Williams, nel rendere più connesso ed aperto il mondo, pensando che bastasse questo a renderlo migliore. Un po’ come pensare che basti mettere nella stessa stanza un palestinese e un israeliano per risolvere il conflitto tra questi due stati. Ritengo che non sia più sufficiente connettere le persone l’una con l’altra, dobbiamo dare la possibilità di creare comunità significative che possano produrre idee e processi positivi di cambiamento, perché le nostre vite ormai sono tutte collegate, inevitabilmente interconnesse, che ci piaccia o meno.

Basti pensare che già da diverso tempo un colosso come Facebook, che il mese scorso ha raggiungo i due miliardi di utenti, cioè nel mondo più di una persona su quattro ha un account, si è attivato per utilizzare l’intelligenza artificiale e algoritmi sempre più sofisticati per segnalare tutti i gruppi potenzialmente di nostro interesse o dare strumenti ai leader per controllare i nuovi membri, coinvolgere nuovi gruppi o bloccare utenti indesiderati o che utilizzano la rete in modo inopportuno.

Rimane però aperta tutta la questione non secondaria legata alla libertà di parola e di chi decide, con quali criteri e con quale legittimità cosa viene reso pubblico e cosa no.

Gli effetti di tutto questo però talvolta sono visibili anche nella vita offline, un piccolo esempio: il distributore di “like” recentemente inaugurato in un centro commerciale a Mosca. Per pochi rubli è possibile acquistare da questa macchinetta un centinaio di like o un migliaio di follower su Instagram.

Dietro quest’operazione, che ai più potrà sembrare anche stupida, c’è però un mercato ben più grande di società e aziende che per pochi dollari al mese possono postare migliaia di commenti positivi ai nostri post o attirare follower negativi verso i profili dei rivali. Tutto questo ha un nome ben preciso: si chiama “influencer marketing” e nel 2016 ha fatturato qualcosa come 570 milioni di dollari.

 

BLG-071717-25-662

 

    Distributore di "like" e "followers" in un centro commerciale a Mosca.

 

Attenzione però a chi pensa che ci sarà un’involuzione un giorno, siamo solo all’inizio di questo percorso, ma come ci ricorda Joi Ito, direttore del Media Lab dell’MIT di Boston, la questione dell’intelligenza artificiale, le potenzialità delle nuove tecnologie e l’impatto che hanno e avranno nelle nostre esistenze sono prima di tutto una questione sociale, educativa e culturale e probabilmente forse solo partendo da questi assunti di base internet ci farà diventare un posto migliore.

 

 

13 motivi per vedere “13” se vi occupate di giovani

13 reasons why

 Chi ha che fare con adolescenti, avrà sentito parlare di “13”, serie visibile su Netflix ambientata in un college americano.

Non siamo esperti di critica di serie TV, e manco ci interessa. Ma esperti, se così si può dire, di adolescenza, quello si: e dunque ci sentiamo nella legittimità di segnalarvi dei motivi per vedere questo telefilm, non prima di avervi avvisato che è molto duro, crudo, a tratti sconvolgente. 

I motivi sono … 13:

1. Si parla di dinamiche reali, di situazioni che effettivamente avvengono nel contesto giovanile, non solo americano.

2. Uno dei temi centrali, il suicidio adolescenziale, non è “glorificato”, come purtroppo si legge qua e là in qualche recensione o critica. Non è vero, a nostro avviso. Anzi, dopo una prima visione, si percepisce e si è coinvolti alla comprensione della ragioni di un gesto così disperato.

3. “13” spiega molto bene in cosa consiste il bullismo. E molto bene tra l’altro. Purtroppo. Purtroppo, perché ci fa comprendere che per sconfiggere questa realtà non servirebbe chissà che sforzo, ma solo più attenzione e empatia.

4. Non solo il bullismo è ben spiegato, ma anche il “cyberbullismo”. O meglio, infrange quella malsana idea degli adulti di una divisione tra mondo virtuale e reale. I giovani hanno invece molto bene in mente quanto reale e virtuale siano .. connessi.

5. Gli adulti e le loro difficoltà. E le loro assenze. Il non voler vedere, il non voler ascoltare con il cuore laddove si ascolta con l’orecchio. Dovremmo farci tutti delle domande, senza accuse.

6. Su change.org è nata una petizione per farlo vedere in tutte le scuole superiori in Italia, e fra le prime frasi di motivazione viene riportato “perché fa un male cane”. Dovremmo solo ringraziare dei ragazzi e delle ragazze che riflettono su questo, oggi, è riescono a parlarne.

7. Nessuno vince. Forse perdono tutti, ma nessuno vince. Ma in molti personaggi si riconosce la lenta interiorizzazione di ciò che è avvenuto. Una presa di coscienza a differenti velocità.

8. La scuola è la realtà dell’incontro. Delle amicizie. Degli amori. Delle rabbie. Delle incomprensioni. Delle delusioni. Anche delle tragedie. Ah già, anche dello studio.

9. Abbiamo molti personaggi in cui poterci, almeno in parte, riconoscere. E non è sempre facile ammetterlo.

10. La morte ha una sua forte centralità in questa serie TV. Non viene negata. Sicuramente spaventa, ma si cerca di darle un nome, un senso.

11. È abbastanza breve (13 puntate di 50 minuti circa) affinché anche noi grandi possiamo trovare il tempo per vederla.

12. Alcune scelte degli autori ci stupiranno, altre ci urteranno o feriranno: ma ognuno di noi che ha vissuto l’epopea delle audiocassette riconoscerà la “user experience” che la protagonista scopre e utilizza per narrare la sua versione della verità.

13. La vedono in tanti adolescenti. E chi la vede ne vorrebbe parlare, almeno una grande parte. Noi adulti non possiamo tirarci indietro. Dovrebbe bastare questo motivo.

Chi ha paura di Internet?

Oggi in rete ci sono circa 3,5 miliardi di persone in tutto il mondo da San Francisco a Roma passando per Singapore, un crogiolo di lingue, culture, religioni, idee politiche differenti. Di questi quasi un terzo ha un profilo su un social network: Facebook, 1,7 miliardi di utenti, WhatsApp 1,3 miliardi, Instagram 500 milioni, Twitter 317 milioni, e Snapchat 200 milioni, quest’ultimo in costante crescita.

Questo significa che quotidianamente sperimentiamo esperienze digitali legate al nostro sé, all’affettività, alla sessualità, alla socialità che ci definiscono come persone 

e che confondono, mischiano e saldano sempre più il legame tra la nostra identità digitale e quella reale. Questo fenomeno è più evidente nelle nuove generazioni perché sono nate e cresciute immerse in questo mondo, ma anche gli “immigrati digitali” hanno ormai assimilato questo modus vivendi.

Questa riflessione mi fa tornare in mente un vecchio articolo che ho letto dove si citava una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker nel 1993, quando Internet non era quello che conosciamo oggi. L’immagine mostrava un cane seduto davanti al computer: “Su internet, nessuno sa che sei un cane”, recita la didascalia.

Passano ventidue anni e sul New Yorker appare una vignetta di Kaamran Hafeez raffigurante due cani che chiacchierano osservando il padrone che naviga in rete. Il testo della vignetta dice: “Ti ricordi quando, su internet, nessuno sapeva chi eri?”

A citare le due vignette è un articolo della BBC nel quale il giornalista esperto di tecnologie David Baker segnala che, attraverso la rete, noi abbiamo avuto “un modo per riprogettare le nostre identità, e per scoprire com’è essere qualcuno di molto diverso dal nostro io ‘reale’”.

Pensiamo un attimo adesso al potere comunicativo e sociale dei vari Facebook, WhatsApp criticati e osteggiati da molti. Mai come oggi in tutta la storia dell’uomo comunichiamo, ci scambiamo idee, messaggi e abbiamo la possibilità di accrescere la sfera delle nostre relazioni amicali  e professionali. I nostri ragazzi sono in contatto tra loro, hanno una vita sociale ed esperienze alcune volte più ricche ed intense di quelle che possiamo spesso vantare noi “diversamente giovani”. Molti miei coetanei stanno storcendo il naso leggendo queste righe, però vi invito a pensare alle opportunità e alle possibilità di comunicare e veicolare i loro sentimenti che hanno gli adolescenti oggi, qualcuno ha addirittura scritto che non conoscono il sentimento della noia. Lo stesso Alison Gopnik sul Wall Street Journal, citando due distinte ricerche condotte nel 2007 nei Paesi Bassi e nel 2013 alle Bermuda, con il coinvolgimento di migliaia di adolescenti, conclude che gli adolescenti che utilizzano smartphone e social network per comunicare hanno spesso amicizie migliori ed esperienze sociali più ricche. 

Alla luce di queste considerazioni , in controtendenza con molti detrattori del web e tecnopessimisti, non dimenticando naturalmente i pericoli e le insidie che questo può nascondere, rischi e criticità che devono essere gestiti con attenzione, penso che se siamo in grado di sfruttarne a pieno le potenzialità questo è forse il periodo storico migliore per vivere.

Facciamo ora un passo indietro, riparto da tre considerazioni per motivare quello che ad alcuni potrà sembra un eccesso di ottimismo.

La prima è la vastità di saperi e conoscenza di tutta la storia dell’umanità, raccolte in sconfinati data base online, a cui possiamo attingere solo accendendo i nostri device.

La seconda che, per la prima volta nella storia, abbiamo la possibilità di informarci sui fatti e raccontare la nostra opinione al mondo senza necessariamente passare dal filtro dei mass-media. Infine, dobbiamo prendere coscienza che ognuno ha l’opportunità, la responsabilità e si spera la consapevolezza, di poter condividere il proprio pensiero e la propria vita, in ogni suo aspetto, con il mondo dei quasi quattro miliardi di utenti del Web.

Tutto questo però sarà possibile solo se fin da piccoli, così come ci viene insegnata una lingua straniera, ad usare un vocabolario, a suonare uno strumento musicale o a svolgere un esercizio di ginnastica, allo stesso modo, saremo educati all’uso saggio e consapevole del Web. Allora sì che potremmo arrivare davvero a quella “singolarità” dalle sconfinate potenzialità di cui parla Kurzweil in “The Singularity is Near”.

Felicità e adolescenti: non è una questione di percentuali 

Tre punti percentuali di felicità in un’ora. Tanto costa ad un adolescente essere connesso ai social network. Con l’iPad, il computer, lo smartphone, almeno così dicono quattro professori di Economia dell’università di Sheffield, nello Yorkshire, che hanno incrociato sei indicatori prima di raccontarci la loro teoria. Compiti, percezione di sé, famiglia, amici, scuola e vita nel suo complesso: sono questi i fattori considerati per capire in che modo infanzia e adolescenza lasciano delle impronte nella crescita. Perché a dispetto dei limiti di età esistenti per avere un account sui social (Twitter, Facebook, Snapchat e Google li hanno fissati a 13 anni), un sondaggio della BBC rivela che tre quarti dei «bambini» dai 10 ai 12 anni ne ha già uno e in Italia la situazione non è molto diversa.
Quindi secondo questo complicato incastro di ascisse spendere un’ora a chattare sui social network riduce del 3 per cento la probabilità di essere davvero felici.

Il mio primo pensiero dopo avere letto questa ricerca è: ma dopo lo tsunami, la crisi di valori, i pericoli, la paura, la violenza, i criminali del web e chi più ne ha più ne metta, c’era proprio bisogno di qualcuno che scientificamente ci raccontasse che gli adolescenti, non certo gli adulti mi raccomando l’equazione non vale per tutti, sono più tristi quando usano le tecnologie e social? 

Se avete letto qualche articolo di questo blog sicuramente avete capito che non è certo questo ne l’approccio ne la visione che noi abbiamo dell’uso delle tecnologie e dei social network.

Per noi, infatti, questi strumenti sono prima di tutto opportunità, possibilità di comunicare e relazionarsi con gli altri come mai è stato possibile nella storia dell’uomo. Questo non significa girare le spalle o negate la violenza, l’aggressività, le paure che gli adolescenti possono provare e far crescere in rete. Vuol dire piuttosto fermarsi un attimo a capire prima di giudicare, ascoltare prima di interrogare, essere presenti prima di condannare. Parlare più con i giovani e meno di loro dovrebbe essere il motto, un mantra da ripetere prima di ogni convegno, seminario e ricerca scientifica che li riguarda. Solo allora forse avremo compreso di non aver capito niente dell’adolescenza, perché se è vero che usare i social network per un’ora equivale a perdere 3 punti percentuali di felicità, non usarli oggi nella relazione, nell’educazione e nella comunicazione significa riportare la pedagogia ai tempi in cui hanno studiato questi professori e docenti universitari che a vario titolo impongono e propongono decaloghi, regole e tesi inconfutabili contro qualsiasi esposizione al mezzo tecnologico. 

È inutile osservare l’uso che fanno dei social network con gli occhi degli adulti, non funziona. L’uso della tecnologia, per gli adolescenti è intimo, anche quando è pubblico, reale e virtuale sono la stessa cosa, pur non confondendole e avendone ben in mente la differenza.

Non usano quello che gli è stato imposto o peggio negato, ma quello che si scelgono come proprio essere in quel momento della loro vita. 

La stessa cosa dovremmo fare noi adulti quando vogliamo entrare relazione con loro, anche a rischio di perdere qualche punto percentuale sulla scala di classificazione della nostra felicità.

IMG_0896(1)

APP ergo sum

“Le app riflettono chi siamo” dice Luca Maestri, chief financial officer di Apple in questa interessante intervista.

Nulla di più vero: a riguardo, ci torna in mente quanto scritto in Cyberpedagagia – pensieri, ricerche e pratiche sull’apprendimento nella nuova sfida digitale” qualche anno fa ormai:

Generalizzare aspetti inerenti i giovani infatti, può risultare un pericolo nel
lavoro pedagogico-educativo, dato che avere sottomano costantemente
l’oggetto di lavoro (il minore) e inserirlo in schematizzazioni fornite da terzi,
può far perdere il contatto con l’unicità che la persona di fronte porta e
mostra. Quell’unicità che ritroviamo ogni volta che entriamo in una classe,
ogni volta che ci confrontiamo con un gruppo di ragazzi, ogni volta che
guardiamo entrare nello studio un’adolescente, sapendo perfettamente che
Tizio in questo momento porta esigenze e bisogni completamente diversi da
Caio, stessa età, stessa felpa Abercrombie, stesse sneakers, incontrato
un’ora prima.

Lo smartphone e il suo utilizzo è forse l’immagine migliore per poter definire
al meglio questa irripetibilità e unicità: fino al 2007 circa, potevamo
comperare un telefono cellulare della stessa marca e modello a Milano, a
Helsinki, a Bangkok o a New York, e avremmo avuto comunque le stesse
capacità (poche, viste con l’esperienza di oggi), le stesse impostazioni:
probabilmente si avrebbero potuto distinguere solamente tramite la nostra
scelta della suoneria (spesso fastidiosa) e dalla luminosità dello schermo.
Oggi, entriamo nello stesso store (reale o virtuale), compriamo due
smartphone della stessa marca e modello, e consegnamoli a dei
preadolescenti o adolescenti: dopo trenta minuti circa, a condizione di avere
una wi-fi accessibile, i due dispositivi saranno diametralmente opposti,
riempiti di app adeguate alle esigenze della persona che lo possiede, alcune
delle quali più durevoli (whatsapp, facebook, youtube, etc), altre meno
(ruzzle, candy crash, etc), pronte ad essere sostituite al prossimo controllo
dell’App Store o Play Store.

Perchè all’interno di quello che per noi adulti è “solo” uno strumento, per i nostri ragazzi c’è un mondo: esplorarlo, comprenderlo, interessarsene è una nostra scelta.

“Perché è più importante condividere che vivere”. O no?

L’assenza di articoli ultimamente è stata determinata da una serie di progettualità che ci hanno coinvolti “anima e corpo”: scusateci. 🙏🏻

Fra le varie attività, abbiamo avuto l’occasione di occuparci in maniera attiva di “prevenzione al cyberbullismo” sul territorio di Cassano Magnago (VA), chiamati all’interno di un progetto più ampio e complesso denominato “Praticamente Adolescenti”, frutto di un lavoro di rete fra amministrazione locale, scuole, oratori e associazioni che dura da anni e sa evolversi fruttuosamente nel tempo.

Dunque abbiamo incontrato circa 600 alunni e alunne delle scuole secondarie di primo grado sul tema “Webreputation, social network e cyberbullismo”: partendo da una canzone piuttosto conosciuta (che ha creato dei simpatici momenti di karaoke improvvisato) abbia ragionato insieme a loro sul senso di questa cosa qui (anche su altro poi, ma questo post è dedicato solo a questo):


Le risposte e i ragionamenti che i ragazzi e le ragazze ci hanno fornito sono state eccezionali. Abbiamo potuto sperimentare ancora una volta quanto ci ha insegnato il nostro “guru” Alberto Pian: noi adulti caschiamo come pere cotte in una sorta di effetto Kulešov. Vediamo i nostri alunni/ragazzi/figli condividere contenuti su WhatsApp, Snapchat, Instagram e crediamo (come intende la canzone) istintivamente che per loro sia meglio del vivere il momento.

Perché? Perché i 600 ci hanno guardato, con la loro magnifica spensieratezza, e ci hanno spiegato che è importante vivere i momenti, e darne ancora più risalto e senso attraverso la condivisione con altre persone, in un vortice di significati positivi e aggreganti. E inoltre, le foto e i video sono memoria, e la memoria ci “fa bene”.

E noi? Muuuuuuuuuuuti. (Per poi iniziare parlare di dati sensibili, privacy, cyberbullismo, e far diventare loro muuuuuti😬).

No keys kids

Molto probabilmente la prossima generazione sarà definita come quella dei “No Keys kids”, i ragazzi senza chiavi, perché non avranno più bisogno di chiavi per aprire porte, accendere auto, entrare nelle case, ecc.Avranno un App che lo farà per loro, o più probabilmente un comando vocale che abiliterà lo smartphone a farlo, la tecnologia c’è già da anni: comandi vocali, riconoscimento delle impronte.

A quel punto saremo noi della generazione precedente o di quella prima ancora che avremo il compito e soprattutto il dovere di trovare la “chiave”. La chiave per capire, interpretare, sostenere quei ragazzi, che vivranno in una realtà che non distinguerà più tra reale, inteso come fisico e virtuale.

Portiamo i ragazzi a Time Square.

Durante gli incontri che facciamo con genitori ed insegnanti mi chiedono spesso se non ci sono troppo pericoli in rete. Mi piace rispondere con una metafora: il web, e con questa parola intendo anche i social, le chat, ecc. sono un po’ come Time Square. Avete presente Time Square no? Una dei centri urbani più fotografati del mondo, melting pot, luogo caotico pieno di colori e persone di ogni provenienza geografica. Ecco la rete è proprio così. Voi lascerete vostro figlio, i vostri studenti da soli a Time Square? Certamente no, almeno lo spero. Però riflettete se avessero al loro fianco una guida che gli possa mostrare le infinite sfaccettature e le grandi possibilità che una città come New York può offrire ad un giovane oggi. Questo dobbiamo essere per i ragazzi: un aiuto saggio e consapevole che permetta loro di vivere a pieno un’esperienza fondamentale per la loro crescita. Viviamo in un momento unico della storia dell’umanità, non sprechiamolo.

​GLI UNICI VINCITORI DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 SONO GLI ADOLESCENTI

 

I periodi pre e post elettorali di questa tornata referendaria hanno a nostro avviso sancito un punto di non ritorno per quanto riguarda l’utilizzo dei social da parte degli adulti.
Insulti. Derisioni. Atti di “teppismo digitale“. Vero cyberbullismo.
Ognuno di noi ha potuto notare come Facebook e Twitter fossero (e sono tuttora) invasi da commenti senza pensiero sereno, senza desiderio di dialettica, senza interesse verso il racconto altrui. Righe su righe su righe di spiegazioni del perché SI , del perché NO, hashtag a tonnellate a prescindere dallo schieramento.
Persone che cercavano in tutti i modi di convincere amici stretti, parenti, semplici conoscenti, sconosciuti delle LORO ragioni, uniche, giuste, dogmatiche e non modificabili. Singoli utenti che scrivevano e scrivono frasi provocatorie alla ricerca dei propri “15 minuti di notorietà” (semicit) digitale, per essere dei trend-maker, opinion-leader, e chissà cos’altro..
E una volta appreso il risultato, via con lo sberleffo e l’insulto da una parte, la rabbia e l’odio latente svalutante dall’altro (sarebbe successo lo stesso con risultati invertiti, senza dubbio).
“Io ho vinto, voi fate schifo” contrapposto al “Io ho perso, voi fate schifo”.
E tutto questo fatto da persone in grandissima parte maggiorenni. Gli adulti, almeno una parte, di questo paese.
Uno spettacolo osceno e ripugnante, da cui la stragrande maggioranza degli adolescenti è stata lontana: Instagram, il social per eccellenza dei “giovani” (insieme a Snapchat, attualmente) è rimasto scevro da questa “vomitata generalizzata 3.0”.
Spazio Social per eccellenza di questa e delle precedenti campagne politiche è stato Facebook, da cui gli adolescenti, guarda caso, scappano a gambe levate proprio perché trovano gli adulti: i genitori sono sempre più presenti e sempre meno educati al suo uso.
La domanda che ora ci poniamo seriamente è la seguente: con che coraggio faremo incontri nelle scuole a parlare della web-reputation e dell’uso consapevole dei social?
Sono I giovani che devono essere educati in tale senso?
Temiamo che la risposta stia … soffiando nel vento.
Grazie ragazzi per essere così come siete, e scusateci.
Noi adulti siamo veramente delle capre.
Capre, Concorrenza, Controversia
rappresentante del comitato del SI si confronta con rappresentante del comitato del NO
foto tratta da pixabay.com