La creatività e gli esploratori della conoscenza

La creatività è stata definita da Williams nel 1993 come la modalità di elaborazione cognitiva che, a partire dalla consapevolezza dei processi di organizzazione della nostra mente basati sulla costruzione di schemi, agisce nel senso di produrre nuove idee. La creatività ha un natura componenziale con fattori sia a livello cognitivo che emozionale. La parte cognitiva prende il nome di pensiero divergente che è caratterizzato da fluidità, flessibilità , originalità ed elaborazione. Le componenti emozionali sono invece la disponibilità ad assumersi rischi, la complessità, la curiosità e l’immaginazione. In questo processo le nuove tecnologie potenziando le nostre capacità cognitive e relazionali permettono come mai prima nella storia di avere la più grande generazione di innovatori, creativi, “esploratori della conoscenza” che sia mai esistita. Sta però alla nostra generazione di adulti consapevoli tornare a credere a questi ragazzi, che non hanno scelto il mondo in cui vivono e che alla fine non si lamentano del suo progressivo peggioramento, del futuro negato, ma aspettano forse solamente che qualcuno gli ascolti, parlando più con loro che di loro.

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APP ergo sum

“Le app riflettono chi siamo” dice Luca Maestri, chief financial officer di Apple in questa interessante intervista.

Nulla di più vero: a riguardo, ci torna in mente quanto scritto in Cyberpedagagia – pensieri, ricerche e pratiche sull’apprendimento nella nuova sfida digitale” qualche anno fa ormai:

Generalizzare aspetti inerenti i giovani infatti, può risultare un pericolo nel
lavoro pedagogico-educativo, dato che avere sottomano costantemente
l’oggetto di lavoro (il minore) e inserirlo in schematizzazioni fornite da terzi,
può far perdere il contatto con l’unicità che la persona di fronte porta e
mostra. Quell’unicità che ritroviamo ogni volta che entriamo in una classe,
ogni volta che ci confrontiamo con un gruppo di ragazzi, ogni volta che
guardiamo entrare nello studio un’adolescente, sapendo perfettamente che
Tizio in questo momento porta esigenze e bisogni completamente diversi da
Caio, stessa età, stessa felpa Abercrombie, stesse sneakers, incontrato
un’ora prima.

Lo smartphone e il suo utilizzo è forse l’immagine migliore per poter definire
al meglio questa irripetibilità e unicità: fino al 2007 circa, potevamo
comperare un telefono cellulare della stessa marca e modello a Milano, a
Helsinki, a Bangkok o a New York, e avremmo avuto comunque le stesse
capacità (poche, viste con l’esperienza di oggi), le stesse impostazioni:
probabilmente si avrebbero potuto distinguere solamente tramite la nostra
scelta della suoneria (spesso fastidiosa) e dalla luminosità dello schermo.
Oggi, entriamo nello stesso store (reale o virtuale), compriamo due
smartphone della stessa marca e modello, e consegnamoli a dei
preadolescenti o adolescenti: dopo trenta minuti circa, a condizione di avere
una wi-fi accessibile, i due dispositivi saranno diametralmente opposti,
riempiti di app adeguate alle esigenze della persona che lo possiede, alcune
delle quali più durevoli (whatsapp, facebook, youtube, etc), altre meno
(ruzzle, candy crash, etc), pronte ad essere sostituite al prossimo controllo
dell’App Store o Play Store.

Perchè all’interno di quello che per noi adulti è “solo” uno strumento, per i nostri ragazzi c’è un mondo: esplorarlo, comprenderlo, interessarsene è una nostra scelta.

Smartphone si, smartphone no, questo è il problema: se sia più nobile resistere o abbandonarsi a questo regalo tecnologico, forse oggi Amleto ci direbbe così.

Quando incontriamo i genitori, ma sempre più spesso anche i docenti, ci viene chiesto cosa fare se il figlio chiede di avere in regalo il suo primo smartphone.Innanzitutto è bene dire che non c’è una regola e per questo vi invitiamo a diffidare o comunque adattare i diversi “decaloghi” che trovate in rete e che “esperti del settore” più o meno famosi vi propongono. Ci teniamo per questo motivo a sottolineare che i nostri sono solo consigli, che nascono dall’esperienza delle attività che svolgiamo con adolescenti e preadolescenti e dalla convinzione pedagogica che la relazione educativa passi inevitabilmente da un atto di fiducia reciproca.

Proviamo a sintetizzare alcuni punti che, ripetiamo, declinanti ai singoli casi, potrebbero aiutarvi nel rapporto educativo con vostro figlio nel momento in cui decidete di regalare il primo smartphone:

– Provare un periodo iniziale dove utilizzate lo smartphone insieme a lui, magari con la “scusa” di dover imparare e di mostrarvi come funziona;

– Date il buon esempio, quando vi parla non usate lo smartphone, così come a tavola o quando siete in gruppo;

– Virtuale è reale. Tutto quello che scrivete dovreste avere il coraggio di dirlo anche a voce e faccia a faccia;

– Condividere è una responsabilità. Condividete o postate qualcosa solo dopo aver letto, compreso e valutato attentamente il suo contenuto;

– Noi siamo il nostro modo di comunicare. Utilizzate con attenzione le parole ed il linguaggio che usate in rete;

– Rispettate le idee degli agli altri anche quando non siate d’accordo, una sana e costruttiva discussione anche online porta dei grandi benefici ed è un grandissimo esempio educativo per vostro figlio;

– Le parole, i video , tutto quello che pubblicate ha delle conseguenze.

Naturalmente, pur ripromettendomi di non scriverlo, perché mi sembra un consiglio ovvio, scontato, banale e oggi forse superato dai comportamenti sociali che vediamo quotidianamente: consapevolezza, saggezza digitale e buon senso sempre.

“Perché è più importante condividere che vivere”. O no?

L’assenza di articoli ultimamente è stata determinata da una serie di progettualità che ci hanno coinvolti “anima e corpo”: scusateci. 🙏🏻

Fra le varie attività, abbiamo avuto l’occasione di occuparci in maniera attiva di “prevenzione al cyberbullismo” sul territorio di Cassano Magnago (VA), chiamati all’interno di un progetto più ampio e complesso denominato “Praticamente Adolescenti”, frutto di un lavoro di rete fra amministrazione locale, scuole, oratori e associazioni che dura da anni e sa evolversi fruttuosamente nel tempo.

Dunque abbiamo incontrato circa 600 alunni e alunne delle scuole secondarie di primo grado sul tema “Webreputation, social network e cyberbullismo”: partendo da una canzone piuttosto conosciuta (che ha creato dei simpatici momenti di karaoke improvvisato) abbia ragionato insieme a loro sul senso di questa cosa qui (anche su altro poi, ma questo post è dedicato solo a questo):


Le risposte e i ragionamenti che i ragazzi e le ragazze ci hanno fornito sono state eccezionali. Abbiamo potuto sperimentare ancora una volta quanto ci ha insegnato il nostro “guru” Alberto Pian: noi adulti caschiamo come pere cotte in una sorta di effetto Kulešov. Vediamo i nostri alunni/ragazzi/figli condividere contenuti su WhatsApp, Snapchat, Instagram e crediamo (come intende la canzone) istintivamente che per loro sia meglio del vivere il momento.

Perché? Perché i 600 ci hanno guardato, con la loro magnifica spensieratezza, e ci hanno spiegato che è importante vivere i momenti, e darne ancora più risalto e senso attraverso la condivisione con altre persone, in un vortice di significati positivi e aggreganti. E inoltre, le foto e i video sono memoria, e la memoria ci “fa bene”.

E noi? Muuuuuuuuuuuti. (Per poi iniziare parlare di dati sensibili, privacy, cyberbullismo, e far diventare loro muuuuuti😬).

“Come è andata a scuola oggi?” “Bene” “Cosa hai fatto?” “Nulla”

Leggendo il titolo vi sarà venuta in mente la faccia di un vostro/a figlio/a-nipote-alunno/a, probabilmente.

E vi sarà tornata alla memoria la sensazione di spiazzamento che due risposte così lasciano. Magari vi ricordate anche di aver pensato “ma come? possibile? ci passa 6 ore di seguito…. ma cosa fanno in quella scuola/classe?”. Spesso queste domande hanno un seguito fatto di silenzio. E poi ognuno per la propria attività.

Ci permettiamo di dirvi che le vostre domande sono, semplicemente, SBAGLIATE. Perchè non ci sono risposte più chiare a domande talmente basilari.

Volete più risposte? Volete aprire momenti di confronto? Allora provate con un bel “Come ti sei sentito oggi a scuola?”. Vostro figlio/a le prime volte vi guarderà con occhi stralunati e si chiederà che cosa diavolo possa essere mai successo al vostro cervello. Ma voi potreste insistere, dicendogli che tal cosa nella giornata lavorativa vi ha fatto stare bene, quell’altra vi ha fatto stare male, e che semplicemente siete interessati alle sue emozioni.

Che sicuramente vi interessano di più del compito di matematica.

 Poco utile, no?

No keys kids

Molto probabilmente la prossima generazione sarà definita come quella dei “No Keys kids”, i ragazzi senza chiavi, perché non avranno più bisogno di chiavi per aprire porte, accendere auto, entrare nelle case, ecc.Avranno un App che lo farà per loro, o più probabilmente un comando vocale che abiliterà lo smartphone a farlo, la tecnologia c’è già da anni: comandi vocali, riconoscimento delle impronte.

A quel punto saremo noi della generazione precedente o di quella prima ancora che avremo il compito e soprattutto il dovere di trovare la “chiave”. La chiave per capire, interpretare, sostenere quei ragazzi, che vivranno in una realtà che non distinguerà più tra reale, inteso come fisico e virtuale.

Portiamo i ragazzi a Time Square.

Durante gli incontri che facciamo con genitori ed insegnanti mi chiedono spesso se non ci sono troppo pericoli in rete. Mi piace rispondere con una metafora: il web, e con questa parola intendo anche i social, le chat, ecc. sono un po’ come Time Square. Avete presente Time Square no? Una dei centri urbani più fotografati del mondo, melting pot, luogo caotico pieno di colori e persone di ogni provenienza geografica. Ecco la rete è proprio così. Voi lascerete vostro figlio, i vostri studenti da soli a Time Square? Certamente no, almeno lo spero. Però riflettete se avessero al loro fianco una guida che gli possa mostrare le infinite sfaccettature e le grandi possibilità che una città come New York può offrire ad un giovane oggi. Questo dobbiamo essere per i ragazzi: un aiuto saggio e consapevole che permetta loro di vivere a pieno un’esperienza fondamentale per la loro crescita. Viviamo in un momento unico della storia dell’umanità, non sprechiamolo.

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Se la scuola è ancora una “fabbrica di apprendimenti”

Ridurre la scuola alla “fabbrica degli apprendimenti”, ad un processo il cui obiettivo primario è “finire il programma”, significa secondo me rinnegare tutta la nostra tradizione e storia educativa, i geni della nostra scuola, che ha tanto inciso nei modelli educativi nel mondo, di tutto il mondo anche nei paesi del nord Europa che tanto ammiriamo. E’ un tema importante che non dobbiamo mai perdere di vista, meno che mai quando si va a riflettere di nuove metodologie didattiche, di futuro e di innovazione.

Abbiamo il dovere di far crescere la nostra scuola senza rinnegarne i caratteri originali che non sono quelli “dell’addestramento”, ma piuttosto quelli dello sviluppo del pensiero critico, dello sviluppo delle competenze di base, insomma della crescita individuale non solo come potenziali pedine del mercato del lavoro, ma anche come persone.
La dimensione del digitale nella scuola può realizzare una rivoluzione: trasformare il tempo e lo spazio della scuola, la sua organizzazione, i suoi strumenti e perfino il ruolo dei suoi attori, non più semplici fruitori, nella migliore delle ipotesi, ma protagonisti del processo educativo.

Detto in altre parole una formazione frammentata in centinaia di iniziative locali gestite autonomamente corrono un rischio altissimo: quello di esaurirsi nella illustrazione di questo o quel software o di affidare il risultato dell’innovazione all’adozione di una piattaforma o di un libro digitale. 
Ma come dicono gli autori delle Flipped :”Se considerate che il video sia lo strumento efficace per esprimere gli obiettivi, fatelo, ma se non è così evitate di farlo solo per il piacere che vi dà produrre video”.
Quando, come educatori, abbiamo cominciato a chiamare la nostra classe “spazio di apprendimento”, siamo stati obbligati a cambiare il modo di vedere cosa accade al suo interno. Quando abbiamo comunicato questo cambiamento di nome agli studenti, loro hanno compreso che la cosa principale della scuola è apprendere e non ricevere insegnamenti. 
Senza contare che, forse per la prima volta nella storia, i ragazzi arrivano a scuola con una competenza che i loro docenti generalmente non hanno: se ben utilizzata, questa competenza può trasformarsi in strumento di motivazione e coinvolgimento senza precedenti, l’importante è non farsela scappare. 

​GLI UNICI VINCITORI DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 SONO GLI ADOLESCENTI

 

I periodi pre e post elettorali di questa tornata referendaria hanno a nostro avviso sancito un punto di non ritorno per quanto riguarda l’utilizzo dei social da parte degli adulti.
Insulti. Derisioni. Atti di “teppismo digitale“. Vero cyberbullismo.
Ognuno di noi ha potuto notare come Facebook e Twitter fossero (e sono tuttora) invasi da commenti senza pensiero sereno, senza desiderio di dialettica, senza interesse verso il racconto altrui. Righe su righe su righe di spiegazioni del perché SI , del perché NO, hashtag a tonnellate a prescindere dallo schieramento.
Persone che cercavano in tutti i modi di convincere amici stretti, parenti, semplici conoscenti, sconosciuti delle LORO ragioni, uniche, giuste, dogmatiche e non modificabili. Singoli utenti che scrivevano e scrivono frasi provocatorie alla ricerca dei propri “15 minuti di notorietà” (semicit) digitale, per essere dei trend-maker, opinion-leader, e chissà cos’altro..
E una volta appreso il risultato, via con lo sberleffo e l’insulto da una parte, la rabbia e l’odio latente svalutante dall’altro (sarebbe successo lo stesso con risultati invertiti, senza dubbio).
“Io ho vinto, voi fate schifo” contrapposto al “Io ho perso, voi fate schifo”.
E tutto questo fatto da persone in grandissima parte maggiorenni. Gli adulti, almeno una parte, di questo paese.
Uno spettacolo osceno e ripugnante, da cui la stragrande maggioranza degli adolescenti è stata lontana: Instagram, il social per eccellenza dei “giovani” (insieme a Snapchat, attualmente) è rimasto scevro da questa “vomitata generalizzata 3.0”.
Spazio Social per eccellenza di questa e delle precedenti campagne politiche è stato Facebook, da cui gli adolescenti, guarda caso, scappano a gambe levate proprio perché trovano gli adulti: i genitori sono sempre più presenti e sempre meno educati al suo uso.
La domanda che ora ci poniamo seriamente è la seguente: con che coraggio faremo incontri nelle scuole a parlare della web-reputation e dell’uso consapevole dei social?
Sono I giovani che devono essere educati in tale senso?
Temiamo che la risposta stia … soffiando nel vento.
Grazie ragazzi per essere così come siete, e scusateci.
Noi adulti siamo veramente delle capre.
Capre, Concorrenza, Controversia
rappresentante del comitato del SI si confronta con rappresentante del comitato del NO
foto tratta da pixabay.com

Le aule informatiche a scuola

Anche oggi, su un quotidiano locale, viene esaltata la creazione di un’aula informatica presso una scuola secondaria di 1° grado, con tanto di taglio del nastro, comitato genitori, etc, etc.

E’ bello ovviamente vedere questo entusiasmo per la creazione di qualcosa di nuovo che potrebbe sviluppare nuovi modi di affrontare le lezioni e la didattica di tutti i giorni. E’ ed sicuramente di buon auspicio vedere adulti “sbattersi” per conquistare questi nuovi spazi e dare nuove possibilità ai propri figli e ai propri alunni.

Però sorge qualche domanda, visto l’esperienza:

  • perchè la tecnologia viene rinchiusa in una stanza ad hoc? perchè non è integrata nella didattica quotidiana?
  • sinceramente, dei pc desktop sono “nuova tecnologia”? lo schermo, il case, il mouse, la tastiera, il cavo per la lan e la stampante… Non ha un sapore anni ’80? In fondo, sono strumenti “pensati” in quegli anni.
  • i costi fanno pensare: qualche migliaia di euro (non 2, non 10) e 44 pc comprati, “con le rispettive licenze” [cit.]. Ora, io non ho visto lo spazio nè i pc, ma due conti li so fare, e non credo che siano stati presi delle eccellenze in quanto ad integrazione software/hardware. Sicuramente si è guardata la quantità, magari anche correttamente, ma perchè la qualità dello strumento deve passare in un secondo piano?
  • io magari sarò fissato, ma sono certo che cambiando la didattica (partecipativa e non frontale), in una classe da 25 possano bastare 5/6 ipad (di cui uno per il docente), gli smartphone dei ragazzi, una TV 50″ a basso costo e una Apple TV per mostrare quanto viene fatto: sogno?

Matteo