Archivi autore: Mirko

Una nuova forma di governo: l’algoritmocrazia

Quanti di voi, spero in molti, anche solo per un senso di consapevolezza e ricerca di comprensione del mondo che ci circonda e di cui, che ci piaccia o meno, facciamo parte, si sono chiesti come ha fatto Donald Trump a diventare presidente degli Stati Uniti d’America o perché la maggioranza del popolo inglese ha votato “sì” per l’uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea contro ogni sondaggio e pronostico. Tutto merito o colpa, a seconda dei punti di vista e delle ideologie di Al-Khwarizmi, un matematico arabo del nono secolo, dal cui nome deriva la parola “algoritmo”, con cui dobbiamo inevitabilmente saper convivere e che sempre più indirizza e veicola le nostre scelte di tutti i giorni.

Andiamo per ordine però: chi non è vissuto su Marte negli ultimi anni avrà sicuramente sentito parlare di Big Data. A partire dal prossimo anno alcune università italiane hanno addirittura attivato corsi di laurea ad hoc. Ma cosa sono in definitiva i Big Data? Iniziamo col dire che tutto quello che facciamo online lascia una traccia ed è archiviato da qualche parte nella rete, ogni acquisto fatto con una carta di credito, ogni ricerca con Google, accesso ai social, ogni like o localizzazione attivata sui nostri dispositivi. Tutte queste informazioni, provenienti da fonti eterogenee, possono essere incrociate ed utilizzate da professionisti e aziende che si occupano di marketing digitale per raggiungere un audience molto più specifico, rispetto ad uno spot televisivo più generalista al quale siamo abituati.

Esperti di Data Science come quelli che lavorano alla Cambridge Analytica di Alexander Nix, amministratore delegato della società che all’indomani della vittoria di Donald Trump ha dichiarato che nella campagna elettorale del nuovo presidente del paese più potente del mondo era stata utilizzata la tecnologia targata Cambridge. La stessa che l’anno prima aveva contribuito ad influenzare il popolo inglese tanto da convincerlo ad abbandonare il vecchio continente, almeno politicamente ed economicamente. In seguito il New York Times ha smentito la notizia, ma non è questa la questione importante, almeno per noi. Il punto su cui riflettere è invece che, partendo dal motto che campeggia proprio sull’homepage della Cambridge Analytica: “Data drive all that we do“, gli algoritmi, hanno interiorizzato i nostri meccanismi di scelta e acquisito un potere di prescrizione che rende la nostra capacità di scelta sempre più delegata.

Come avviene questa processo di microtargeting da parte di società come la Cambridge? Presto detto: grazie ad un programma sempre più accurato e preciso è possibile incrociate i dati che lasciamo in rete per indirizzare messaggi personalizzati e interessanti ad individui anche molto diversi fra loro.

Infatti, non solo si possono delineare profili psicologici partendo dai nostri dati, ma è anche possibile identificare specifiche categorie di persone a secondo dell’obiettivo che ci siamo posti. Pensate alle pubblicità di un resort esclusivo ad esempio: l’uomo sarà maggiormente sensibile ed interessato alle attività sportive e ai ristoranti, la donna al centro benessere e ai negozi al suo interno. Uno spot tradizionale è costretto a scegliere un aspetto, scontentando metà del campione, ora invece si possono confezionare due spot entrambe efficaci e inviarli ai singoli destinatari, target della mia campagna commerciale, all’ora e al giorno nel quale avrò maggior possibilità di successo.

Viviamo quindi in un “algoritmocrazia”? Probabilmente da anni, ma solo saltuariamente lo percepiamo. I dati che guidano il nostro accesso all’informazione e i nostri acquisti si estendono a numerosi altri contesti, dai software di riconoscimento facciale, alle previsioni del tempo fino ai mercati finanziari, solo per fare qualche esempio.

Per questo motivo una normativa internazionale e la sua applicazione deve essere una delle priorità di qualsiasi istituzione, perché non si stratta solo di un problema matematico, finanziario o economico, ma soprattutto sociale e morale: che forma e che misura ha il mondo in cui viviamo se gestito, regolato, governato dagli algoritmi? Dobbiamo domandarci non solo la modalità con cui gli algoritmi ci governano, ma anche “che cosa significherebbe resistere loro”.
Che vita sarebbe un’esistenza prevedibile, le cui scelte e decisioni, dalle più importanti a quelle quotidiane, sono scandite da complesse formule matematiche che ci dicono che tempo farà, quale auto acquistare, chi votare e addirittura di chi innamorarci?

Dove finiranno la sorpresa della scoperta, l’emozione della comprensione, la fatica della tolleranza, la gioia della generosità e la sensazione intima della complicità? Davvero, avendo la lucida possibilità e consapevolezza di scegliere, vogliamo perderci tutto ciò e molto altro, per farci guidare dalla certezza di un freddo ragionamento matematico? Davvero abbiamo così paura di sbagliare e quindi di imparare e migliorare?

Noam Chomsky, linguista, filosofo, storico della comunicazione statunitense diceva che “Se non ti poni domande penserai con il cervello di qualcun altro”. Allora poniamocele queste domande, prima che un matematico in qualche centro di elaborazione dati chissà dove crei un algoritmo per generare domande e cosa ben più grave dare riposte al posto nostro. Davvero vogliamo svendere l’idea di libertà che ci ha donato Internet, almeno così come l’avevano pensato i suoi creatori, con la rigidità dell’unica forma di governo presente in tutti i paesi del mondo e che nessuno sceglierebbe mai: l’algoritmocrazia.

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Internet non ci da un mondo migliore

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È passato qualche mese dalla dichiarazione di Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter, sul New York Times:

“Pensavo che con Internet tutti avrebbero parlato liberalmente scambiandosi idee ed informazioni  e il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore… ma mi sbagliavo”.

Come dargli torto se pensiamo ad esempio alle “Filter Bubble“, termine coniato dall’attivista Eli Pariser, secondo il quale gli utenti della rete vengono meno esposti a punti di vista conflittuali ed isolati intellettualmente nella propria bolla di informazioni, ai video con contenuti violenti postati e non rimossi dai social network o alle fake news.

A questo punto dell’articolo il lettore si aspetta il fatidico “però” che smentisce e ribalta la tesi fino ad ora proposta. Colpo di scena: questa volta non c’è nessun “però”.

Se per caso siete incappati in qualche altro articolo o post che ho scritto avrete senz’altro capito che sono un tecno-ottimista, ma questa volta è necessario dare uno sguardo obiettivo ed oggettivo alla situazione odierna.

I social, la rete e i grossi investitori sono rimasti concentrati negli ultimi 10 anni, come afferma Evan Williams, nel rendere più connesso ed aperto il mondo, pensando che bastasse questo a renderlo migliore. Un po’ come pensare che basti mettere nella stessa stanza un palestinese e un israeliano per risolvere il conflitto tra questi due stati. Ritengo che non sia più sufficiente connettere le persone l’una con l’altra, dobbiamo dare la possibilità di creare comunità significative che possano produrre idee e processi positivi di cambiamento, perché le nostre vite ormai sono tutte collegate, inevitabilmente interconnesse, che ci piaccia o meno.

Basti pensare che già da diverso tempo un colosso come Facebook, che il mese scorso ha raggiungo i due miliardi di utenti, cioè nel mondo più di una persona su quattro ha un account, si è attivato per utilizzare l’intelligenza artificiale e algoritmi sempre più sofisticati per segnalare tutti i gruppi potenzialmente di nostro interesse o dare strumenti ai leader per controllare i nuovi membri, coinvolgere nuovi gruppi o bloccare utenti indesiderati o che utilizzano la rete in modo inopportuno.

Rimane però aperta tutta la questione non secondaria legata alla libertà di parola e di chi decide, con quali criteri e con quale legittimità cosa viene reso pubblico e cosa no.

Gli effetti di tutto questo però talvolta sono visibili anche nella vita offline, un piccolo esempio: il distributore di “like” recentemente inaugurato in un centro commerciale a Mosca. Per pochi rubli è possibile acquistare da questa macchinetta un centinaio di like o un migliaio di follower su Instagram.

Dietro quest’operazione, che ai più potrà sembrare anche stupida, c’è però un mercato ben più grande di società e aziende che per pochi dollari al mese possono postare migliaia di commenti positivi ai nostri post o attirare follower negativi verso i profili dei rivali. Tutto questo ha un nome ben preciso: si chiama “influencer marketing” e nel 2016 ha fatturato qualcosa come 570 milioni di dollari.

 

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    Distributore di "like" e "followers" in un centro commerciale a Mosca.

 

Attenzione però a chi pensa che ci sarà un’involuzione un giorno, siamo solo all’inizio di questo percorso, ma come ci ricorda Joi Ito, direttore del Media Lab dell’MIT di Boston, la questione dell’intelligenza artificiale, le potenzialità delle nuove tecnologie e l’impatto che hanno e avranno nelle nostre esistenze sono prima di tutto una questione sociale, educativa e culturale e probabilmente forse solo partendo da questi assunti di base internet ci farà diventare un posto migliore.

 

 

Pesci rossi in un acquario

Il web è uno spazio senza confini almeno teoricamente, nella pratica però gli adolescenti si sentono come in un aula con pareti trasparenti, come pesci rossi di un acquario, dove tutti ti possono vedere e dove non è possibile nasconderti. A volte addirittura senza via di fuga. Luogo dove la vergogna della può vittima diventare patrimonio di tutti. Se poi anche i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza ci dicono che il 74% delle vittime di bullismo e cyberbullismo dai 14 ai 19 anni, non ha mai parlato di quello che subisce a scuola e a livello digitale con i genitori o con gli insegnanti.Allora forse noi adulti ci dobbiamo fermare un attimo a riflettere sul nostro ruolo, prima di criticare una generazione troppo diversa quella che l’ha preceduta, ma non per questo da disprezzare, anzi da amare con ancora più intensità.

Chi ha paura di Internet?

Oggi in rete ci sono circa 3,5 miliardi di persone in tutto il mondo da San Francisco a Roma passando per Singapore, un crogiolo di lingue, culture, religioni, idee politiche differenti. Di questi quasi un terzo ha un profilo su un social network: Facebook, 1,7 miliardi di utenti, WhatsApp 1,3 miliardi, Instagram 500 milioni, Twitter 317 milioni, e Snapchat 200 milioni, quest’ultimo in costante crescita.

Questo significa che quotidianamente sperimentiamo esperienze digitali legate al nostro sé, all’affettività, alla sessualità, alla socialità che ci definiscono come persone 

e che confondono, mischiano e saldano sempre più il legame tra la nostra identità digitale e quella reale. Questo fenomeno è più evidente nelle nuove generazioni perché sono nate e cresciute immerse in questo mondo, ma anche gli “immigrati digitali” hanno ormai assimilato questo modus vivendi.

Questa riflessione mi fa tornare in mente un vecchio articolo che ho letto dove si citava una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker nel 1993, quando Internet non era quello che conosciamo oggi. L’immagine mostrava un cane seduto davanti al computer: “Su internet, nessuno sa che sei un cane”, recita la didascalia.

Passano ventidue anni e sul New Yorker appare una vignetta di Kaamran Hafeez raffigurante due cani che chiacchierano osservando il padrone che naviga in rete. Il testo della vignetta dice: “Ti ricordi quando, su internet, nessuno sapeva chi eri?”

A citare le due vignette è un articolo della BBC nel quale il giornalista esperto di tecnologie David Baker segnala che, attraverso la rete, noi abbiamo avuto “un modo per riprogettare le nostre identità, e per scoprire com’è essere qualcuno di molto diverso dal nostro io ‘reale’”.

Pensiamo un attimo adesso al potere comunicativo e sociale dei vari Facebook, WhatsApp criticati e osteggiati da molti. Mai come oggi in tutta la storia dell’uomo comunichiamo, ci scambiamo idee, messaggi e abbiamo la possibilità di accrescere la sfera delle nostre relazioni amicali  e professionali. I nostri ragazzi sono in contatto tra loro, hanno una vita sociale ed esperienze alcune volte più ricche ed intense di quelle che possiamo spesso vantare noi “diversamente giovani”. Molti miei coetanei stanno storcendo il naso leggendo queste righe, però vi invito a pensare alle opportunità e alle possibilità di comunicare e veicolare i loro sentimenti che hanno gli adolescenti oggi, qualcuno ha addirittura scritto che non conoscono il sentimento della noia. Lo stesso Alison Gopnik sul Wall Street Journal, citando due distinte ricerche condotte nel 2007 nei Paesi Bassi e nel 2013 alle Bermuda, con il coinvolgimento di migliaia di adolescenti, conclude che gli adolescenti che utilizzano smartphone e social network per comunicare hanno spesso amicizie migliori ed esperienze sociali più ricche. 

Alla luce di queste considerazioni , in controtendenza con molti detrattori del web e tecnopessimisti, non dimenticando naturalmente i pericoli e le insidie che questo può nascondere, rischi e criticità che devono essere gestiti con attenzione, penso che se siamo in grado di sfruttarne a pieno le potenzialità questo è forse il periodo storico migliore per vivere.

Facciamo ora un passo indietro, riparto da tre considerazioni per motivare quello che ad alcuni potrà sembra un eccesso di ottimismo.

La prima è la vastità di saperi e conoscenza di tutta la storia dell’umanità, raccolte in sconfinati data base online, a cui possiamo attingere solo accendendo i nostri device.

La seconda che, per la prima volta nella storia, abbiamo la possibilità di informarci sui fatti e raccontare la nostra opinione al mondo senza necessariamente passare dal filtro dei mass-media. Infine, dobbiamo prendere coscienza che ognuno ha l’opportunità, la responsabilità e si spera la consapevolezza, di poter condividere il proprio pensiero e la propria vita, in ogni suo aspetto, con il mondo dei quasi quattro miliardi di utenti del Web.

Tutto questo però sarà possibile solo se fin da piccoli, così come ci viene insegnata una lingua straniera, ad usare un vocabolario, a suonare uno strumento musicale o a svolgere un esercizio di ginnastica, allo stesso modo, saremo educati all’uso saggio e consapevole del Web. Allora sì che potremmo arrivare davvero a quella “singolarità” dalle sconfinate potenzialità di cui parla Kurzweil in “The Singularity is Near”.

Felicità e adolescenti: non è una questione di percentuali 

Tre punti percentuali di felicità in un’ora. Tanto costa ad un adolescente essere connesso ai social network. Con l’iPad, il computer, lo smartphone, almeno così dicono quattro professori di Economia dell’università di Sheffield, nello Yorkshire, che hanno incrociato sei indicatori prima di raccontarci la loro teoria. Compiti, percezione di sé, famiglia, amici, scuola e vita nel suo complesso: sono questi i fattori considerati per capire in che modo infanzia e adolescenza lasciano delle impronte nella crescita. Perché a dispetto dei limiti di età esistenti per avere un account sui social (Twitter, Facebook, Snapchat e Google li hanno fissati a 13 anni), un sondaggio della BBC rivela che tre quarti dei «bambini» dai 10 ai 12 anni ne ha già uno e in Italia la situazione non è molto diversa.
Quindi secondo questo complicato incastro di ascisse spendere un’ora a chattare sui social network riduce del 3 per cento la probabilità di essere davvero felici.

Il mio primo pensiero dopo avere letto questa ricerca è: ma dopo lo tsunami, la crisi di valori, i pericoli, la paura, la violenza, i criminali del web e chi più ne ha più ne metta, c’era proprio bisogno di qualcuno che scientificamente ci raccontasse che gli adolescenti, non certo gli adulti mi raccomando l’equazione non vale per tutti, sono più tristi quando usano le tecnologie e social? 

Se avete letto qualche articolo di questo blog sicuramente avete capito che non è certo questo ne l’approccio ne la visione che noi abbiamo dell’uso delle tecnologie e dei social network.

Per noi, infatti, questi strumenti sono prima di tutto opportunità, possibilità di comunicare e relazionarsi con gli altri come mai è stato possibile nella storia dell’uomo. Questo non significa girare le spalle o negate la violenza, l’aggressività, le paure che gli adolescenti possono provare e far crescere in rete. Vuol dire piuttosto fermarsi un attimo a capire prima di giudicare, ascoltare prima di interrogare, essere presenti prima di condannare. Parlare più con i giovani e meno di loro dovrebbe essere il motto, un mantra da ripetere prima di ogni convegno, seminario e ricerca scientifica che li riguarda. Solo allora forse avremo compreso di non aver capito niente dell’adolescenza, perché se è vero che usare i social network per un’ora equivale a perdere 3 punti percentuali di felicità, non usarli oggi nella relazione, nell’educazione e nella comunicazione significa riportare la pedagogia ai tempi in cui hanno studiato questi professori e docenti universitari che a vario titolo impongono e propongono decaloghi, regole e tesi inconfutabili contro qualsiasi esposizione al mezzo tecnologico. 

È inutile osservare l’uso che fanno dei social network con gli occhi degli adulti, non funziona. L’uso della tecnologia, per gli adolescenti è intimo, anche quando è pubblico, reale e virtuale sono la stessa cosa, pur non confondendole e avendone ben in mente la differenza.

Non usano quello che gli è stato imposto o peggio negato, ma quello che si scelgono come proprio essere in quel momento della loro vita. 

La stessa cosa dovremmo fare noi adulti quando vogliamo entrare relazione con loro, anche a rischio di perdere qualche punto percentuale sulla scala di classificazione della nostra felicità.

La creatività e gli esploratori della conoscenza

La creatività è stata definita da Williams nel 1993 come la modalità di elaborazione cognitiva che, a partire dalla consapevolezza dei processi di organizzazione della nostra mente basati sulla costruzione di schemi, agisce nel senso di produrre nuove idee. La creatività ha un natura componenziale con fattori sia a livello cognitivo che emozionale. La parte cognitiva prende il nome di pensiero divergente che è caratterizzato da fluidità, flessibilità , originalità ed elaborazione. Le componenti emozionali sono invece la disponibilità ad assumersi rischi, la complessità, la curiosità e l’immaginazione. In questo processo le nuove tecnologie potenziando le nostre capacità cognitive e relazionali permettono come mai prima nella storia di avere la più grande generazione di innovatori, creativi, “esploratori della conoscenza” che sia mai esistita. Sta però alla nostra generazione di adulti consapevoli tornare a credere a questi ragazzi, che non hanno scelto il mondo in cui vivono e che alla fine non si lamentano del suo progressivo peggioramento, del futuro negato, ma aspettano forse solamente che qualcuno gli ascolti, parlando più con loro che di loro.

Smartphone si, smartphone no, questo è il problema: se sia più nobile resistere o abbandonarsi a questo regalo tecnologico, forse oggi Amleto ci direbbe così.

Quando incontriamo i genitori, ma sempre più spesso anche i docenti, ci viene chiesto cosa fare se il figlio chiede di avere in regalo il suo primo smartphone.Innanzitutto è bene dire che non c’è una regola e per questo vi invitiamo a diffidare o comunque adattare i diversi “decaloghi” che trovate in rete e che “esperti del settore” più o meno famosi vi propongono. Ci teniamo per questo motivo a sottolineare che i nostri sono solo consigli, che nascono dall’esperienza delle attività che svolgiamo con adolescenti e preadolescenti e dalla convinzione pedagogica che la relazione educativa passi inevitabilmente da un atto di fiducia reciproca.

Proviamo a sintetizzare alcuni punti che, ripetiamo, declinanti ai singoli casi, potrebbero aiutarvi nel rapporto educativo con vostro figlio nel momento in cui decidete di regalare il primo smartphone:

– Provare un periodo iniziale dove utilizzate lo smartphone insieme a lui, magari con la “scusa” di dover imparare e di mostrarvi come funziona;

– Date il buon esempio, quando vi parla non usate lo smartphone, così come a tavola o quando siete in gruppo;

– Virtuale è reale. Tutto quello che scrivete dovreste avere il coraggio di dirlo anche a voce e faccia a faccia;

– Condividere è una responsabilità. Condividete o postate qualcosa solo dopo aver letto, compreso e valutato attentamente il suo contenuto;

– Noi siamo il nostro modo di comunicare. Utilizzate con attenzione le parole ed il linguaggio che usate in rete;

– Rispettate le idee degli agli altri anche quando non siate d’accordo, una sana e costruttiva discussione anche online porta dei grandi benefici ed è un grandissimo esempio educativo per vostro figlio;

– Le parole, i video , tutto quello che pubblicate ha delle conseguenze.

Naturalmente, pur ripromettendomi di non scriverlo, perché mi sembra un consiglio ovvio, scontato, banale e oggi forse superato dai comportamenti sociali che vediamo quotidianamente: consapevolezza, saggezza digitale e buon senso sempre.

No keys kids

Molto probabilmente la prossima generazione sarà definita come quella dei “No Keys kids”, i ragazzi senza chiavi, perché non avranno più bisogno di chiavi per aprire porte, accendere auto, entrare nelle case, ecc.Avranno un App che lo farà per loro, o più probabilmente un comando vocale che abiliterà lo smartphone a farlo, la tecnologia c’è già da anni: comandi vocali, riconoscimento delle impronte.

A quel punto saremo noi della generazione precedente o di quella prima ancora che avremo il compito e soprattutto il dovere di trovare la “chiave”. La chiave per capire, interpretare, sostenere quei ragazzi, che vivranno in una realtà che non distinguerà più tra reale, inteso come fisico e virtuale.

Portiamo i ragazzi a Time Square.

Durante gli incontri che facciamo con genitori ed insegnanti mi chiedono spesso se non ci sono troppo pericoli in rete. Mi piace rispondere con una metafora: il web, e con questa parola intendo anche i social, le chat, ecc. sono un po’ come Time Square. Avete presente Time Square no? Una dei centri urbani più fotografati del mondo, melting pot, luogo caotico pieno di colori e persone di ogni provenienza geografica. Ecco la rete è proprio così. Voi lascerete vostro figlio, i vostri studenti da soli a Time Square? Certamente no, almeno lo spero. Però riflettete se avessero al loro fianco una guida che gli possa mostrare le infinite sfaccettature e le grandi possibilità che una città come New York può offrire ad un giovane oggi. Questo dobbiamo essere per i ragazzi: un aiuto saggio e consapevole che permetta loro di vivere a pieno un’esperienza fondamentale per la loro crescita. Viviamo in un momento unico della storia dell’umanità, non sprechiamolo.

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Se la scuola è ancora una “fabbrica di apprendimenti”

Ridurre la scuola alla “fabbrica degli apprendimenti”, ad un processo il cui obiettivo primario è “finire il programma”, significa secondo me rinnegare tutta la nostra tradizione e storia educativa, i geni della nostra scuola, che ha tanto inciso nei modelli educativi nel mondo, di tutto il mondo anche nei paesi del nord Europa che tanto ammiriamo. E’ un tema importante che non dobbiamo mai perdere di vista, meno che mai quando si va a riflettere di nuove metodologie didattiche, di futuro e di innovazione.

Abbiamo il dovere di far crescere la nostra scuola senza rinnegarne i caratteri originali che non sono quelli “dell’addestramento”, ma piuttosto quelli dello sviluppo del pensiero critico, dello sviluppo delle competenze di base, insomma della crescita individuale non solo come potenziali pedine del mercato del lavoro, ma anche come persone.
La dimensione del digitale nella scuola può realizzare una rivoluzione: trasformare il tempo e lo spazio della scuola, la sua organizzazione, i suoi strumenti e perfino il ruolo dei suoi attori, non più semplici fruitori, nella migliore delle ipotesi, ma protagonisti del processo educativo.

Detto in altre parole una formazione frammentata in centinaia di iniziative locali gestite autonomamente corrono un rischio altissimo: quello di esaurirsi nella illustrazione di questo o quel software o di affidare il risultato dell’innovazione all’adozione di una piattaforma o di un libro digitale. 
Ma come dicono gli autori delle Flipped :”Se considerate che il video sia lo strumento efficace per esprimere gli obiettivi, fatelo, ma se non è così evitate di farlo solo per il piacere che vi dà produrre video”.
Quando, come educatori, abbiamo cominciato a chiamare la nostra classe “spazio di apprendimento”, siamo stati obbligati a cambiare il modo di vedere cosa accade al suo interno. Quando abbiamo comunicato questo cambiamento di nome agli studenti, loro hanno compreso che la cosa principale della scuola è apprendere e non ricevere insegnamenti. 
Senza contare che, forse per la prima volta nella storia, i ragazzi arrivano a scuola con una competenza che i loro docenti generalmente non hanno: se ben utilizzata, questa competenza può trasformarsi in strumento di motivazione e coinvolgimento senza precedenti, l’importante è non farsela scappare.