Archivi autore: Matteo

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Goodbye Facebook

Com’è possibile che il social per antonomasia, quello che ha sconvolto il concetto di “condivisione”, che ha ridefinito le regole del business online e che ha oltre un miliardo e mezzo di account unici, non sia più “interessante” agli occhi degli adolescenti e, soprattutto, dei preadolescenti?

Diciamo questo perché sempre più spesso, entrando in classe o nei nostri servizi, chiedendo rispetto all’uso di Facebook, le risposte che riceviamo sono di.. disgusto.

Ma va! Non lo usiamo più! Che noia!”

Come mai?

Noi ci siamo dati fondamentalmente due risposte (non escludiamo altre eh, però queste sono quelle che più ci convincono).

La prima ci parla di normalità.

Se siete genitori di figli che hanno un’età over 8/9, avete molto probabilmente vissuto quella fatidica mattinata in cui, volendo salutare vostro figlio dinnanzi la scuola e augurargli la buona giornata, vi siete avvicinati per dargli un “bacino” e lui, con mossa felina, si è girato di colpo e si è allontanato, forse ha pronunciato un mormorio che ad ascolto più approfondito poteva suonare con un “dai mamma/papà, non davanti a scuola!”.

Ecco, quella stessa identica sensazione i vostri figli la percepiscono quando voi mamme/papà mettete un “mi piace” alle loro foto su fb: visto che virtuale e reale sono connessi e non scissi, tornare a scuola il giorno dopo significa aver a che fare con una propria immagine che gli “altri” (gli amici, i compagni di classe) vedono “infantilizzata” che rischia seriamente di essere descritta come “sei proprio uno sfigato”. E ogni preadolescente in uno stato di normalità, tende ad evitare di sembrare “sfigato”.

La seconda motivazione invece ci parla di invasione.

Noi adulti infatti, abbiamo invaso Facebook con il peggio che potevamo mostrare. Riempiamo gli spazi non solo di fake news, di epic fail e di analfabetismo funzionale, ma cerchiamo di occupare e dimostrare ragioni e teorie in ogni pagina, ogni luogo, .. ogni lago [semi cit]. Avevamo già commentato un evento che ha visto gli adulti comportarsi in tal modo.

Noi adulti siamo i primi invasori senza la volontà d’esserlo?

#IF2017 – il sentimento della tecnologia

E’ stata un’esperienza fantastica nella tre giorni di Pisa, promovendo il nostro laboratorio “School Box”: storytelling, stampa 3D e realtà aumentata sono stati gli strumenti con cui i nostri prodi Jessica, Sonia, Silvia, Usrsula e Giovanni hanno fatto vivere e divertire centinaia di ragazzi di ogni grado scolastico!

Un ennesimo schiaffo in faccia a chi li considera sdraiati o tsunami.

#Smartphoneinclasse Si o No?

Quanto detto dal ministro Fedeli a riguardo dell’utilizzo nelle classi scolastiche, sta suscitando molto rumore e clamore nel mondo didattico, con alcune ovazioni e molti dubbi da più fonti.

Noi, nella nostra semplicità e ingenuità, pensiamo più serenamente che se siamo veramente ancora a questo livello di domanda, probabilmente abbiamo ancora molta strada da fare nell’ambito della relazione con alunni, dell’apprendimento e del mondo della scuola.

Per il resto, troviamo più appropriate le parole di altri, anzi Altri, semplicemente sostituendo la parola “pc” con “smartphone”

13 motivi per vedere “13” se vi occupate di giovani

13 reasons why

 Chi ha che fare con adolescenti, avrà sentito parlare di “13”, serie visibile su Netflix ambientata in un college americano.

Non siamo esperti di critica di serie TV, e manco ci interessa. Ma esperti, se così si può dire, di adolescenza, quello si: e dunque ci sentiamo nella legittimità di segnalarvi dei motivi per vedere questo telefilm, non prima di avervi avvisato che è molto duro, crudo, a tratti sconvolgente. 

I motivi sono … 13:

1. Si parla di dinamiche reali, di situazioni che effettivamente avvengono nel contesto giovanile, non solo americano.

2. Uno dei temi centrali, il suicidio adolescenziale, non è “glorificato”, come purtroppo si legge qua e là in qualche recensione o critica. Non è vero, a nostro avviso. Anzi, dopo una prima visione, si percepisce e si è coinvolti alla comprensione della ragioni di un gesto così disperato.

3. “13” spiega molto bene in cosa consiste il bullismo. E molto bene tra l’altro. Purtroppo. Purtroppo, perché ci fa comprendere che per sconfiggere questa realtà non servirebbe chissà che sforzo, ma solo più attenzione e empatia.

4. Non solo il bullismo è ben spiegato, ma anche il “cyberbullismo”. O meglio, infrange quella malsana idea degli adulti di una divisione tra mondo virtuale e reale. I giovani hanno invece molto bene in mente quanto reale e virtuale siano .. connessi.

5. Gli adulti e le loro difficoltà. E le loro assenze. Il non voler vedere, il non voler ascoltare con il cuore laddove si ascolta con l’orecchio. Dovremmo farci tutti delle domande, senza accuse.

6. Su change.org è nata una petizione per farlo vedere in tutte le scuole superiori in Italia, e fra le prime frasi di motivazione viene riportato “perché fa un male cane”. Dovremmo solo ringraziare dei ragazzi e delle ragazze che riflettono su questo, oggi, è riescono a parlarne.

7. Nessuno vince. Forse perdono tutti, ma nessuno vince. Ma in molti personaggi si riconosce la lenta interiorizzazione di ciò che è avvenuto. Una presa di coscienza a differenti velocità.

8. La scuola è la realtà dell’incontro. Delle amicizie. Degli amori. Delle rabbie. Delle incomprensioni. Delle delusioni. Anche delle tragedie. Ah già, anche dello studio.

9. Abbiamo molti personaggi in cui poterci, almeno in parte, riconoscere. E non è sempre facile ammetterlo.

10. La morte ha una sua forte centralità in questa serie TV. Non viene negata. Sicuramente spaventa, ma si cerca di darle un nome, un senso.

11. È abbastanza breve (13 puntate di 50 minuti circa) affinché anche noi grandi possiamo trovare il tempo per vederla.

12. Alcune scelte degli autori ci stupiranno, altre ci urteranno o feriranno: ma ognuno di noi che ha vissuto l’epopea delle audiocassette riconoscerà la “user experience” che la protagonista scopre e utilizza per narrare la sua versione della verità.

13. La vedono in tanti adolescenti. E chi la vede ne vorrebbe parlare, almeno una grande parte. Noi adulti non possiamo tirarci indietro. Dovrebbe bastare questo motivo.

Just #peercoding

Il laboratorio di programmazione tra pari a Vergiate (VA)

L’idea di fondo del #peercoding è di far avvicinare le più giovani generazioni alle potenzialità della programmazione grazie all’esempio e alla passione di chi è loro vicino: adolescenti disposti a mettersi in gioco e desiderosi di accompagnare i più piccoli nelle avventure che possono essere create nella combinazione continua di elementi virtuali e reali!

E noi adulti possiamo metterci da parte, gestire le dinamiche, calmare gli animi, favorire la collaborazione… ma soprattutto goderci i sorrisi della scoperta!

(O come nella seconda foto… fungere da esca😂)

Ps: grazie al Comitato dei Genitori della Scuola Primaria di Vergiate (VA) e alle Maestre che si affidano alle nostre idee!

Il video della giornata!

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APP ergo sum

“Le app riflettono chi siamo” dice Luca Maestri, chief financial officer di Apple in questa interessante intervista.

Nulla di più vero: a riguardo, ci torna in mente quanto scritto in Cyberpedagagia – pensieri, ricerche e pratiche sull’apprendimento nella nuova sfida digitale” qualche anno fa ormai:

Generalizzare aspetti inerenti i giovani infatti, può risultare un pericolo nel
lavoro pedagogico-educativo, dato che avere sottomano costantemente
l’oggetto di lavoro (il minore) e inserirlo in schematizzazioni fornite da terzi,
può far perdere il contatto con l’unicità che la persona di fronte porta e
mostra. Quell’unicità che ritroviamo ogni volta che entriamo in una classe,
ogni volta che ci confrontiamo con un gruppo di ragazzi, ogni volta che
guardiamo entrare nello studio un’adolescente, sapendo perfettamente che
Tizio in questo momento porta esigenze e bisogni completamente diversi da
Caio, stessa età, stessa felpa Abercrombie, stesse sneakers, incontrato
un’ora prima.

Lo smartphone e il suo utilizzo è forse l’immagine migliore per poter definire
al meglio questa irripetibilità e unicità: fino al 2007 circa, potevamo
comperare un telefono cellulare della stessa marca e modello a Milano, a
Helsinki, a Bangkok o a New York, e avremmo avuto comunque le stesse
capacità (poche, viste con l’esperienza di oggi), le stesse impostazioni:
probabilmente si avrebbero potuto distinguere solamente tramite la nostra
scelta della suoneria (spesso fastidiosa) e dalla luminosità dello schermo.
Oggi, entriamo nello stesso store (reale o virtuale), compriamo due
smartphone della stessa marca e modello, e consegnamoli a dei
preadolescenti o adolescenti: dopo trenta minuti circa, a condizione di avere
una wi-fi accessibile, i due dispositivi saranno diametralmente opposti,
riempiti di app adeguate alle esigenze della persona che lo possiede, alcune
delle quali più durevoli (whatsapp, facebook, youtube, etc), altre meno
(ruzzle, candy crash, etc), pronte ad essere sostituite al prossimo controllo
dell’App Store o Play Store.

Perchè all’interno di quello che per noi adulti è “solo” uno strumento, per i nostri ragazzi c’è un mondo: esplorarlo, comprenderlo, interessarsene è una nostra scelta.

“Perché è più importante condividere che vivere”. O no?

L’assenza di articoli ultimamente è stata determinata da una serie di progettualità che ci hanno coinvolti “anima e corpo”: scusateci. 🙏🏻

Fra le varie attività, abbiamo avuto l’occasione di occuparci in maniera attiva di “prevenzione al cyberbullismo” sul territorio di Cassano Magnago (VA), chiamati all’interno di un progetto più ampio e complesso denominato “Praticamente Adolescenti”, frutto di un lavoro di rete fra amministrazione locale, scuole, oratori e associazioni che dura da anni e sa evolversi fruttuosamente nel tempo.

Dunque abbiamo incontrato circa 600 alunni e alunne delle scuole secondarie di primo grado sul tema “Webreputation, social network e cyberbullismo”: partendo da una canzone piuttosto conosciuta (che ha creato dei simpatici momenti di karaoke improvvisato) abbia ragionato insieme a loro sul senso di questa cosa qui (anche su altro poi, ma questo post è dedicato solo a questo):


Le risposte e i ragionamenti che i ragazzi e le ragazze ci hanno fornito sono state eccezionali. Abbiamo potuto sperimentare ancora una volta quanto ci ha insegnato il nostro “guru” Alberto Pian: noi adulti caschiamo come pere cotte in una sorta di effetto Kulešov. Vediamo i nostri alunni/ragazzi/figli condividere contenuti su WhatsApp, Snapchat, Instagram e crediamo (come intende la canzone) istintivamente che per loro sia meglio del vivere il momento.

Perché? Perché i 600 ci hanno guardato, con la loro magnifica spensieratezza, e ci hanno spiegato che è importante vivere i momenti, e darne ancora più risalto e senso attraverso la condivisione con altre persone, in un vortice di significati positivi e aggreganti. E inoltre, le foto e i video sono memoria, e la memoria ci “fa bene”.

E noi? Muuuuuuuuuuuti. (Per poi iniziare parlare di dati sensibili, privacy, cyberbullismo, e far diventare loro muuuuuti😬).

“Come è andata a scuola oggi?” “Bene” “Cosa hai fatto?” “Nulla”

Leggendo il titolo vi sarà venuta in mente la faccia di un vostro/a figlio/a-nipote-alunno/a, probabilmente.

E vi sarà tornata alla memoria la sensazione di spiazzamento che due risposte così lasciano. Magari vi ricordate anche di aver pensato “ma come? possibile? ci passa 6 ore di seguito…. ma cosa fanno in quella scuola/classe?”. Spesso queste domande hanno un seguito fatto di silenzio. E poi ognuno per la propria attività.

Ci permettiamo di dirvi che le vostre domande sono, semplicemente, SBAGLIATE. Perchè non ci sono risposte più chiare a domande talmente basilari.

Volete più risposte? Volete aprire momenti di confronto? Allora provate con un bel “Come ti sei sentito oggi a scuola?”. Vostro figlio/a le prime volte vi guarderà con occhi stralunati e si chiederà che cosa diavolo possa essere mai successo al vostro cervello. Ma voi potreste insistere, dicendogli che tal cosa nella giornata lavorativa vi ha fatto stare bene, quell’altra vi ha fatto stare male, e che semplicemente siete interessati alle sue emozioni.

Che sicuramente vi interessano di più del compito di matematica.

 Poco utile, no?

​GLI UNICI VINCITORI DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016 SONO GLI ADOLESCENTI

 

I periodi pre e post elettorali di questa tornata referendaria hanno a nostro avviso sancito un punto di non ritorno per quanto riguarda l’utilizzo dei social da parte degli adulti.
Insulti. Derisioni. Atti di “teppismo digitale“. Vero cyberbullismo.
Ognuno di noi ha potuto notare come Facebook e Twitter fossero (e sono tuttora) invasi da commenti senza pensiero sereno, senza desiderio di dialettica, senza interesse verso il racconto altrui. Righe su righe su righe di spiegazioni del perché SI , del perché NO, hashtag a tonnellate a prescindere dallo schieramento.
Persone che cercavano in tutti i modi di convincere amici stretti, parenti, semplici conoscenti, sconosciuti delle LORO ragioni, uniche, giuste, dogmatiche e non modificabili. Singoli utenti che scrivevano e scrivono frasi provocatorie alla ricerca dei propri “15 minuti di notorietà” (semicit) digitale, per essere dei trend-maker, opinion-leader, e chissà cos’altro..
E una volta appreso il risultato, via con lo sberleffo e l’insulto da una parte, la rabbia e l’odio latente svalutante dall’altro (sarebbe successo lo stesso con risultati invertiti, senza dubbio).
“Io ho vinto, voi fate schifo” contrapposto al “Io ho perso, voi fate schifo”.
E tutto questo fatto da persone in grandissima parte maggiorenni. Gli adulti, almeno una parte, di questo paese.
Uno spettacolo osceno e ripugnante, da cui la stragrande maggioranza degli adolescenti è stata lontana: Instagram, il social per eccellenza dei “giovani” (insieme a Snapchat, attualmente) è rimasto scevro da questa “vomitata generalizzata 3.0”.
Spazio Social per eccellenza di questa e delle precedenti campagne politiche è stato Facebook, da cui gli adolescenti, guarda caso, scappano a gambe levate proprio perché trovano gli adulti: i genitori sono sempre più presenti e sempre meno educati al suo uso.
La domanda che ora ci poniamo seriamente è la seguente: con che coraggio faremo incontri nelle scuole a parlare della web-reputation e dell’uso consapevole dei social?
Sono I giovani che devono essere educati in tale senso?
Temiamo che la risposta stia … soffiando nel vento.
Grazie ragazzi per essere così come siete, e scusateci.
Noi adulti siamo veramente delle capre.
Capre, Concorrenza, Controversia
rappresentante del comitato del SI si confronta con rappresentante del comitato del NO
foto tratta da pixabay.com

Le aule informatiche a scuola

Anche oggi, su un quotidiano locale, viene esaltata la creazione di un’aula informatica presso una scuola secondaria di 1° grado, con tanto di taglio del nastro, comitato genitori, etc, etc.

E’ bello ovviamente vedere questo entusiasmo per la creazione di qualcosa di nuovo che potrebbe sviluppare nuovi modi di affrontare le lezioni e la didattica di tutti i giorni. E’ ed sicuramente di buon auspicio vedere adulti “sbattersi” per conquistare questi nuovi spazi e dare nuove possibilità ai propri figli e ai propri alunni.

Però sorge qualche domanda, visto l’esperienza:

  • perchè la tecnologia viene rinchiusa in una stanza ad hoc? perchè non è integrata nella didattica quotidiana?
  • sinceramente, dei pc desktop sono “nuova tecnologia”? lo schermo, il case, il mouse, la tastiera, il cavo per la lan e la stampante… Non ha un sapore anni ’80? In fondo, sono strumenti “pensati” in quegli anni.
  • i costi fanno pensare: qualche migliaia di euro (non 2, non 10) e 44 pc comprati, “con le rispettive licenze” [cit.]. Ora, io non ho visto lo spazio nè i pc, ma due conti li so fare, e non credo che siano stati presi delle eccellenze in quanto ad integrazione software/hardware. Sicuramente si è guardata la quantità, magari anche correttamente, ma perchè la qualità dello strumento deve passare in un secondo piano?
  • io magari sarò fissato, ma sono certo che cambiando la didattica (partecipativa e non frontale), in una classe da 25 possano bastare 5/6 ipad (di cui uno per il docente), gli smartphone dei ragazzi, una TV 50″ a basso costo e una Apple TV per mostrare quanto viene fatto: sogno?

Matteo