Archivio mensile:luglio 2017

Una nuova forma di governo: l’algoritmocrazia

Quanti di voi, spero in molti, anche solo per un senso di consapevolezza e ricerca di comprensione del mondo che ci circonda e di cui, che ci piaccia o meno, facciamo parte, si sono chiesti come ha fatto Donald Trump a diventare presidente degli Stati Uniti d’America o perché la maggioranza del popolo inglese ha votato “sì” per l’uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea contro ogni sondaggio e pronostico. Tutto merito o colpa, a seconda dei punti di vista e delle ideologie di Al-Khwarizmi, un matematico arabo del nono secolo, dal cui nome deriva la parola “algoritmo”, con cui dobbiamo inevitabilmente saper convivere e che sempre più indirizza e veicola le nostre scelte di tutti i giorni.

Andiamo per ordine però: chi non è vissuto su Marte negli ultimi anni avrà sicuramente sentito parlare di Big Data. A partire dal prossimo anno alcune università italiane hanno addirittura attivato corsi di laurea ad hoc. Ma cosa sono in definitiva i Big Data? Iniziamo col dire che tutto quello che facciamo online lascia una traccia ed è archiviato da qualche parte nella rete, ogni acquisto fatto con una carta di credito, ogni ricerca con Google, accesso ai social, ogni like o localizzazione attivata sui nostri dispositivi. Tutte queste informazioni, provenienti da fonti eterogenee, possono essere incrociate ed utilizzate da professionisti e aziende che si occupano di marketing digitale per raggiungere un audience molto più specifico, rispetto ad uno spot televisivo più generalista al quale siamo abituati.

Esperti di Data Science come quelli che lavorano alla Cambridge Analytica di Alexander Nix, amministratore delegato della società che all’indomani della vittoria di Donald Trump ha dichiarato che nella campagna elettorale del nuovo presidente del paese più potente del mondo era stata utilizzata la tecnologia targata Cambridge. La stessa che l’anno prima aveva contribuito ad influenzare il popolo inglese tanto da convincerlo ad abbandonare il vecchio continente, almeno politicamente ed economicamente. In seguito il New York Times ha smentito la notizia, ma non è questa la questione importante, almeno per noi. Il punto su cui riflettere è invece che, partendo dal motto che campeggia proprio sull’homepage della Cambridge Analytica: “Data drive all that we do“, gli algoritmi, hanno interiorizzato i nostri meccanismi di scelta e acquisito un potere di prescrizione che rende la nostra capacità di scelta sempre più delegata.

Come avviene questa processo di microtargeting da parte di società come la Cambridge? Presto detto: grazie ad un programma sempre più accurato e preciso è possibile incrociate i dati che lasciamo in rete per indirizzare messaggi personalizzati e interessanti ad individui anche molto diversi fra loro.

Infatti, non solo si possono delineare profili psicologici partendo dai nostri dati, ma è anche possibile identificare specifiche categorie di persone a secondo dell’obiettivo che ci siamo posti. Pensate alle pubblicità di un resort esclusivo ad esempio: l’uomo sarà maggiormente sensibile ed interessato alle attività sportive e ai ristoranti, la donna al centro benessere e ai negozi al suo interno. Uno spot tradizionale è costretto a scegliere un aspetto, scontentando metà del campione, ora invece si possono confezionare due spot entrambe efficaci e inviarli ai singoli destinatari, target della mia campagna commerciale, all’ora e al giorno nel quale avrò maggior possibilità di successo.

Viviamo quindi in un “algoritmocrazia”? Probabilmente da anni, ma solo saltuariamente lo percepiamo. I dati che guidano il nostro accesso all’informazione e i nostri acquisti si estendono a numerosi altri contesti, dai software di riconoscimento facciale, alle previsioni del tempo fino ai mercati finanziari, solo per fare qualche esempio.

Per questo motivo una normativa internazionale e la sua applicazione deve essere una delle priorità di qualsiasi istituzione, perché non si stratta solo di un problema matematico, finanziario o economico, ma soprattutto sociale e morale: che forma e che misura ha il mondo in cui viviamo se gestito, regolato, governato dagli algoritmi? Dobbiamo domandarci non solo la modalità con cui gli algoritmi ci governano, ma anche “che cosa significherebbe resistere loro”.
Che vita sarebbe un’esistenza prevedibile, le cui scelte e decisioni, dalle più importanti a quelle quotidiane, sono scandite da complesse formule matematiche che ci dicono che tempo farà, quale auto acquistare, chi votare e addirittura di chi innamorarci?

Dove finiranno la sorpresa della scoperta, l’emozione della comprensione, la fatica della tolleranza, la gioia della generosità e la sensazione intima della complicità? Davvero, avendo la lucida possibilità e consapevolezza di scegliere, vogliamo perderci tutto ciò e molto altro, per farci guidare dalla certezza di un freddo ragionamento matematico? Davvero abbiamo così paura di sbagliare e quindi di imparare e migliorare?

Noam Chomsky, linguista, filosofo, storico della comunicazione statunitense diceva che “Se non ti poni domande penserai con il cervello di qualcun altro”. Allora poniamocele queste domande, prima che un matematico in qualche centro di elaborazione dati chissà dove crei un algoritmo per generare domande e cosa ben più grave dare riposte al posto nostro. Davvero vogliamo svendere l’idea di libertà che ci ha donato Internet, almeno così come l’avevano pensato i suoi creatori, con la rigidità dell’unica forma di governo presente in tutti i paesi del mondo e che nessuno sceglierebbe mai: l’algoritmocrazia.

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Internet non ci da un mondo migliore

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È passato qualche mese dalla dichiarazione di Evan Williams, uno dei fondatori di Twitter, sul New York Times:

“Pensavo che con Internet tutti avrebbero parlato liberalmente scambiandosi idee ed informazioni  e il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore… ma mi sbagliavo”.

Come dargli torto se pensiamo ad esempio alle “Filter Bubble“, termine coniato dall’attivista Eli Pariser, secondo il quale gli utenti della rete vengono meno esposti a punti di vista conflittuali ed isolati intellettualmente nella propria bolla di informazioni, ai video con contenuti violenti postati e non rimossi dai social network o alle fake news.

A questo punto dell’articolo il lettore si aspetta il fatidico “però” che smentisce e ribalta la tesi fino ad ora proposta. Colpo di scena: questa volta non c’è nessun “però”.

Se per caso siete incappati in qualche altro articolo o post che ho scritto avrete senz’altro capito che sono un tecno-ottimista, ma questa volta è necessario dare uno sguardo obiettivo ed oggettivo alla situazione odierna.

I social, la rete e i grossi investitori sono rimasti concentrati negli ultimi 10 anni, come afferma Evan Williams, nel rendere più connesso ed aperto il mondo, pensando che bastasse questo a renderlo migliore. Un po’ come pensare che basti mettere nella stessa stanza un palestinese e un israeliano per risolvere il conflitto tra questi due stati. Ritengo che non sia più sufficiente connettere le persone l’una con l’altra, dobbiamo dare la possibilità di creare comunità significative che possano produrre idee e processi positivi di cambiamento, perché le nostre vite ormai sono tutte collegate, inevitabilmente interconnesse, che ci piaccia o meno.

Basti pensare che già da diverso tempo un colosso come Facebook, che il mese scorso ha raggiungo i due miliardi di utenti, cioè nel mondo più di una persona su quattro ha un account, si è attivato per utilizzare l’intelligenza artificiale e algoritmi sempre più sofisticati per segnalare tutti i gruppi potenzialmente di nostro interesse o dare strumenti ai leader per controllare i nuovi membri, coinvolgere nuovi gruppi o bloccare utenti indesiderati o che utilizzano la rete in modo inopportuno.

Rimane però aperta tutta la questione non secondaria legata alla libertà di parola e di chi decide, con quali criteri e con quale legittimità cosa viene reso pubblico e cosa no.

Gli effetti di tutto questo però talvolta sono visibili anche nella vita offline, un piccolo esempio: il distributore di “like” recentemente inaugurato in un centro commerciale a Mosca. Per pochi rubli è possibile acquistare da questa macchinetta un centinaio di like o un migliaio di follower su Instagram.

Dietro quest’operazione, che ai più potrà sembrare anche stupida, c’è però un mercato ben più grande di società e aziende che per pochi dollari al mese possono postare migliaia di commenti positivi ai nostri post o attirare follower negativi verso i profili dei rivali. Tutto questo ha un nome ben preciso: si chiama “influencer marketing” e nel 2016 ha fatturato qualcosa come 570 milioni di dollari.

 

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    Distributore di "like" e "followers" in un centro commerciale a Mosca.

 

Attenzione però a chi pensa che ci sarà un’involuzione un giorno, siamo solo all’inizio di questo percorso, ma come ci ricorda Joi Ito, direttore del Media Lab dell’MIT di Boston, la questione dell’intelligenza artificiale, le potenzialità delle nuove tecnologie e l’impatto che hanno e avranno nelle nostre esistenze sono prima di tutto una questione sociale, educativa e culturale e probabilmente forse solo partendo da questi assunti di base internet ci farà diventare un posto migliore.