Archivio mensile:aprile 2017

13 motivi per vedere “13” se vi occupate di giovani

13 reasons why

 Chi ha che fare con adolescenti, avrà sentito parlare di “13”, serie visibile su Netflix ambientata in un college americano.

Non siamo esperti di critica di serie TV, e manco ci interessa. Ma esperti, se così si può dire, di adolescenza, quello si: e dunque ci sentiamo nella legittimità di segnalarvi dei motivi per vedere questo telefilm, non prima di avervi avvisato che è molto duro, crudo, a tratti sconvolgente. 

I motivi sono … 13:

1. Si parla di dinamiche reali, di situazioni che effettivamente avvengono nel contesto giovanile, non solo americano.

2. Uno dei temi centrali, il suicidio adolescenziale, non è “glorificato”, come purtroppo si legge qua e là in qualche recensione o critica. Non è vero, a nostro avviso. Anzi, dopo una prima visione, si percepisce e si è coinvolti alla comprensione della ragioni di un gesto così disperato.

3. “13” spiega molto bene in cosa consiste il bullismo. E molto bene tra l’altro. Purtroppo. Purtroppo, perché ci fa comprendere che per sconfiggere questa realtà non servirebbe chissà che sforzo, ma solo più attenzione e empatia.

4. Non solo il bullismo è ben spiegato, ma anche il “cyberbullismo”. O meglio, infrange quella malsana idea degli adulti di una divisione tra mondo virtuale e reale. I giovani hanno invece molto bene in mente quanto reale e virtuale siano .. connessi.

5. Gli adulti e le loro difficoltà. E le loro assenze. Il non voler vedere, il non voler ascoltare con il cuore laddove si ascolta con l’orecchio. Dovremmo farci tutti delle domande, senza accuse.

6. Su change.org è nata una petizione per farlo vedere in tutte le scuole superiori in Italia, e fra le prime frasi di motivazione viene riportato “perché fa un male cane”. Dovremmo solo ringraziare dei ragazzi e delle ragazze che riflettono su questo, oggi, è riescono a parlarne.

7. Nessuno vince. Forse perdono tutti, ma nessuno vince. Ma in molti personaggi si riconosce la lenta interiorizzazione di ciò che è avvenuto. Una presa di coscienza a differenti velocità.

8. La scuola è la realtà dell’incontro. Delle amicizie. Degli amori. Delle rabbie. Delle incomprensioni. Delle delusioni. Anche delle tragedie. Ah già, anche dello studio.

9. Abbiamo molti personaggi in cui poterci, almeno in parte, riconoscere. E non è sempre facile ammetterlo.

10. La morte ha una sua forte centralità in questa serie TV. Non viene negata. Sicuramente spaventa, ma si cerca di darle un nome, un senso.

11. È abbastanza breve (13 puntate di 50 minuti circa) affinché anche noi grandi possiamo trovare il tempo per vederla.

12. Alcune scelte degli autori ci stupiranno, altre ci urteranno o feriranno: ma ognuno di noi che ha vissuto l’epopea delle audiocassette riconoscerà la “user experience” che la protagonista scopre e utilizza per narrare la sua versione della verità.

13. La vedono in tanti adolescenti. E chi la vede ne vorrebbe parlare, almeno una grande parte. Noi adulti non possiamo tirarci indietro. Dovrebbe bastare questo motivo.

Just #peercoding

Il laboratorio di programmazione tra pari a Vergiate (VA)

L’idea di fondo del #peercoding è di far avvicinare le più giovani generazioni alle potenzialità della programmazione grazie all’esempio e alla passione di chi è loro vicino: adolescenti disposti a mettersi in gioco e desiderosi di accompagnare i più piccoli nelle avventure che possono essere create nella combinazione continua di elementi virtuali e reali!

E noi adulti possiamo metterci da parte, gestire le dinamiche, calmare gli animi, favorire la collaborazione… ma soprattutto goderci i sorrisi della scoperta!

(O come nella seconda foto… fungere da esca😂)

Ps: grazie al Comitato dei Genitori della Scuola Primaria di Vergiate (VA) e alle Maestre che si affidano alle nostre idee!

Il video della giornata!

Chi ha paura di Internet?

Oggi in rete ci sono circa 3,5 miliardi di persone in tutto il mondo da San Francisco a Roma passando per Singapore, un crogiolo di lingue, culture, religioni, idee politiche differenti. Di questi quasi un terzo ha un profilo su un social network: Facebook, 1,7 miliardi di utenti, WhatsApp 1,3 miliardi, Instagram 500 milioni, Twitter 317 milioni, e Snapchat 200 milioni, quest’ultimo in costante crescita.

Questo significa che quotidianamente sperimentiamo esperienze digitali legate al nostro sé, all’affettività, alla sessualità, alla socialità che ci definiscono come persone 

e che confondono, mischiano e saldano sempre più il legame tra la nostra identità digitale e quella reale. Questo fenomeno è più evidente nelle nuove generazioni perché sono nate e cresciute immerse in questo mondo, ma anche gli “immigrati digitali” hanno ormai assimilato questo modus vivendi.

Questa riflessione mi fa tornare in mente un vecchio articolo che ho letto dove si citava una vignetta di Pete Steiner apparsa sul New Yorker nel 1993, quando Internet non era quello che conosciamo oggi. L’immagine mostrava un cane seduto davanti al computer: “Su internet, nessuno sa che sei un cane”, recita la didascalia.

Passano ventidue anni e sul New Yorker appare una vignetta di Kaamran Hafeez raffigurante due cani che chiacchierano osservando il padrone che naviga in rete. Il testo della vignetta dice: “Ti ricordi quando, su internet, nessuno sapeva chi eri?”

A citare le due vignette è un articolo della BBC nel quale il giornalista esperto di tecnologie David Baker segnala che, attraverso la rete, noi abbiamo avuto “un modo per riprogettare le nostre identità, e per scoprire com’è essere qualcuno di molto diverso dal nostro io ‘reale’”.

Pensiamo un attimo adesso al potere comunicativo e sociale dei vari Facebook, WhatsApp criticati e osteggiati da molti. Mai come oggi in tutta la storia dell’uomo comunichiamo, ci scambiamo idee, messaggi e abbiamo la possibilità di accrescere la sfera delle nostre relazioni amicali  e professionali. I nostri ragazzi sono in contatto tra loro, hanno una vita sociale ed esperienze alcune volte più ricche ed intense di quelle che possiamo spesso vantare noi “diversamente giovani”. Molti miei coetanei stanno storcendo il naso leggendo queste righe, però vi invito a pensare alle opportunità e alle possibilità di comunicare e veicolare i loro sentimenti che hanno gli adolescenti oggi, qualcuno ha addirittura scritto che non conoscono il sentimento della noia. Lo stesso Alison Gopnik sul Wall Street Journal, citando due distinte ricerche condotte nel 2007 nei Paesi Bassi e nel 2013 alle Bermuda, con il coinvolgimento di migliaia di adolescenti, conclude che gli adolescenti che utilizzano smartphone e social network per comunicare hanno spesso amicizie migliori ed esperienze sociali più ricche. 

Alla luce di queste considerazioni , in controtendenza con molti detrattori del web e tecnopessimisti, non dimenticando naturalmente i pericoli e le insidie che questo può nascondere, rischi e criticità che devono essere gestiti con attenzione, penso che se siamo in grado di sfruttarne a pieno le potenzialità questo è forse il periodo storico migliore per vivere.

Facciamo ora un passo indietro, riparto da tre considerazioni per motivare quello che ad alcuni potrà sembra un eccesso di ottimismo.

La prima è la vastità di saperi e conoscenza di tutta la storia dell’umanità, raccolte in sconfinati data base online, a cui possiamo attingere solo accendendo i nostri device.

La seconda che, per la prima volta nella storia, abbiamo la possibilità di informarci sui fatti e raccontare la nostra opinione al mondo senza necessariamente passare dal filtro dei mass-media. Infine, dobbiamo prendere coscienza che ognuno ha l’opportunità, la responsabilità e si spera la consapevolezza, di poter condividere il proprio pensiero e la propria vita, in ogni suo aspetto, con il mondo dei quasi quattro miliardi di utenti del Web.

Tutto questo però sarà possibile solo se fin da piccoli, così come ci viene insegnata una lingua straniera, ad usare un vocabolario, a suonare uno strumento musicale o a svolgere un esercizio di ginnastica, allo stesso modo, saremo educati all’uso saggio e consapevole del Web. Allora sì che potremmo arrivare davvero a quella “singolarità” dalle sconfinate potenzialità di cui parla Kurzweil in “The Singularity is Near”.

Felicità e adolescenti: non è una questione di percentuali 

Tre punti percentuali di felicità in un’ora. Tanto costa ad un adolescente essere connesso ai social network. Con l’iPad, il computer, lo smartphone, almeno così dicono quattro professori di Economia dell’università di Sheffield, nello Yorkshire, che hanno incrociato sei indicatori prima di raccontarci la loro teoria. Compiti, percezione di sé, famiglia, amici, scuola e vita nel suo complesso: sono questi i fattori considerati per capire in che modo infanzia e adolescenza lasciano delle impronte nella crescita. Perché a dispetto dei limiti di età esistenti per avere un account sui social (Twitter, Facebook, Snapchat e Google li hanno fissati a 13 anni), un sondaggio della BBC rivela che tre quarti dei «bambini» dai 10 ai 12 anni ne ha già uno e in Italia la situazione non è molto diversa.
Quindi secondo questo complicato incastro di ascisse spendere un’ora a chattare sui social network riduce del 3 per cento la probabilità di essere davvero felici.

Il mio primo pensiero dopo avere letto questa ricerca è: ma dopo lo tsunami, la crisi di valori, i pericoli, la paura, la violenza, i criminali del web e chi più ne ha più ne metta, c’era proprio bisogno di qualcuno che scientificamente ci raccontasse che gli adolescenti, non certo gli adulti mi raccomando l’equazione non vale per tutti, sono più tristi quando usano le tecnologie e social? 

Se avete letto qualche articolo di questo blog sicuramente avete capito che non è certo questo ne l’approccio ne la visione che noi abbiamo dell’uso delle tecnologie e dei social network.

Per noi, infatti, questi strumenti sono prima di tutto opportunità, possibilità di comunicare e relazionarsi con gli altri come mai è stato possibile nella storia dell’uomo. Questo non significa girare le spalle o negate la violenza, l’aggressività, le paure che gli adolescenti possono provare e far crescere in rete. Vuol dire piuttosto fermarsi un attimo a capire prima di giudicare, ascoltare prima di interrogare, essere presenti prima di condannare. Parlare più con i giovani e meno di loro dovrebbe essere il motto, un mantra da ripetere prima di ogni convegno, seminario e ricerca scientifica che li riguarda. Solo allora forse avremo compreso di non aver capito niente dell’adolescenza, perché se è vero che usare i social network per un’ora equivale a perdere 3 punti percentuali di felicità, non usarli oggi nella relazione, nell’educazione e nella comunicazione significa riportare la pedagogia ai tempi in cui hanno studiato questi professori e docenti universitari che a vario titolo impongono e propongono decaloghi, regole e tesi inconfutabili contro qualsiasi esposizione al mezzo tecnologico. 

È inutile osservare l’uso che fanno dei social network con gli occhi degli adulti, non funziona. L’uso della tecnologia, per gli adolescenti è intimo, anche quando è pubblico, reale e virtuale sono la stessa cosa, pur non confondendole e avendone ben in mente la differenza.

Non usano quello che gli è stato imposto o peggio negato, ma quello che si scelgono come proprio essere in quel momento della loro vita. 

La stessa cosa dovremmo fare noi adulti quando vogliamo entrare relazione con loro, anche a rischio di perdere qualche punto percentuale sulla scala di classificazione della nostra felicità.